L’imposta estera non menzionata nella Convenzione: ok al credito d’imposta

La Fct pagata all’estero in via definitiva dà diritto al credito d’imposta in Italia anche se tale imposta è stata istituita dopo la stipula della Convenzione contro le doppie imposizioni. Lo ha chiarito l’Agenzia delle Entrate

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La Fct pagata all’estero in via definitiva dà diritto al credito d’imposta in Italia anche se tale imposta è stata istituita dopo la stipula della Convenzione contro le doppie imposizioni. Lo ha chiarito l’Agenzia delle Entrate

L’imposta “mista” straniera (c.d. Fct – “Foreign contractor tax”), pagata all’estero dalla stabile organizzazione di una società residente, dà diritto al credito d’imposta a fronte dell’imposta dovuta sui redditi in Italia, come previsto dall’articolo 165 del TUIR. Tutto ciò anche se la stessa Fct è stata introdotta dopo la stipula della Convenzione contro le doppie imposizioni con lo stato estero in questione. Lo si evince dalla risposta data dall’Agenzia delle Entrate ad apposita istanza di interpello (Risposta n. 100 del 2 aprile 2020). La questione ha riguardato il caso di una società italiana che, attraverso la sua stabile organizzazione, ha sottoscritto, un contratto di appalto per la fornitura di una serie di servizi con un ente pubblico straniero. Sul compenso pattuito la società italiana è chiamata, quindi, a versare la tassa locale Foreign contractor tax. E’ stato, quindi, chiesto all’Amministrazione finanziaria se ciò fa scattare il meccanismo del credito d’imposta di cui al menzionato art. 165 del TUIR anche se la citata imposta non è espressamente menzionata nella Convenzione.

Che cos’è la Fct

La Fct è un’imposta estera che si compone di due parti di cui una parte rappresentata da un’imposta sul reddito delle società (in breve “CIT“), e una parte relativa all’imposta sul valore aggiunto (IVA). E’ dovuta da soggetti che producono un reddito in qualità di “foreign contractors”, ossia di un soggetto estero (sia società che persona fisica), operante in tale Paese sulla base di un contratto concluso tra lo stesso o un subappaltatore estero e una controparte estera. Entrambe le porzioni di imposta sono riscosse mediante ritenuta operata dal soggetto residente, prima dell’effettuazione del pagamento nei confronti della controparte contrattuale estera.

Successivamente, quest’ultima è tenuta alla rifusione degli importi corrispondenti a favore della prima entità, che ha operato in veste di sostituto d’imposta. In merito alla componente “CIT” la base imponibile, è data dai corrispettivi totali al netto dell’IVA e delle altre tasse dovute. I ricavi soggetti a CIT sono aumentati dei costi sostenuti dall’entità estera per conto dell’appaltatore o subappaltatore estero.

L’orientamento di prassi

L’Agenzia delle Entrate parte con l’evidenziare che Convenzione contro le doppie imposizioni stipulata tra l’Italia ed il paese estero in cui è in vigore la Fct non include espressamente quest’ultima nella sua componente reddituale, tra le imposte oggetto della Convenzione medesima. La Convenzione, tuttavia, si applica anche a ogni imposta identica o sostanzialmente simile introdotta dopo la sua entrata in vigore, in aggiunta o in sostituzione delle imposte esistenti (la Fct è stata introdotta successivamente alla stipula della Convenzione). Per l’Amministrazione finanziaria la soluzione deve essere ricercata nel nostro ordinamento tributario. Si richiama, pertanto, la disposizione contenuta all’art. 165 TUIR dove è stabilito che, se alla formazione del reddito complessivo concorrono redditi prodotti all’estero, le imposte ivi pagate a titolo definitivo su tali redditi sono ammesse in detrazione dall’imposta netta dovuta. Al riguardo, fanno osservare le Entrate, nella Circolare n. 9/E del 2015 è stato precisato che le condizioni richieste per il beneficio del credito sono la produzione di un reddito estero, il suo concorso alla formazione del reddito complessivo del contribuente (l’operatività dell’istituto del credito d’imposta è limitata ai tributi stranieri che si sostanziano in un’imposta sul reddito o, quanto meno, in tributi con natura similare) e il pagamento delle imposte all’estero a titolo definitivo. Poiché, tuttavia, non è sempre semplice stabilire se il tributo estero rientri tra quelli accreditabili ai fini dell’articolo 165 del TUIR, in linea di principio, secondo l’Amministrazione finanziaria, si ritiene accreditabile la prestazione patrimoniale dovuta ex lege e il cui presupposto consista nel possesso di un reddito.

Nel caso di specie, tale presupposto è da ritenersi verificato in quanto la CIT (quale componente riferita all’imposta sul reddito della FCT) si configura come una prestazione patrimoniale coattiva, prelevata in ragione del possesso di un reddito (c’è un contratto di appalto per la fornitura di servizi mediante lo svolgimento di attività d’impresa nello stato estero attraverso una stabile organizzazione). Pertanto, se il pagamento della Fct all’estero è a titolo definitivo è da ritenersi che si possa fruire del credito per la parte CIT corrisposta, nei limiti e alle condizioni stabilite dall’art.165 del TUIR.

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