Licenziamenti disciplinari in aumento: quello che non si dice

Licenziamenti discplinari, dimissioni online e tassa per finanziare la Naspi del lavoratore: un'analisi interessante del fenomeno

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Alessandra De Angelis

Licenziamenti collettivi

I dati raccolti dall’osservatorio sul precariato Inps segnalano che nel primo trimestre 2016 il numero di licenziamenti disciplinari rispetto all’anno precedente è aumentato del 27%.  Fermandosi all’analisi statistica, come suggerisce Sandro Venzo componente della Giunta provinciale di Confartigianato Vicenza con delega al Lavoro e alla Formazione “si potrebbe essere indotti a pensare che le aziende stiano licenziando di più, per motivi disciplinari, sfruttando le ultime modifiche della normativa sui licenziamenti introdotte dal Jobs Act, che hanno di fatto limitato le ipotesi di reintegrazione in caso di licenziamento illegittimo. Ma la realtà è diversa e va spiegata”.

Licenziamenti disciplinari e dimissioni: come leggere i dati

Venzo propone all’uopo di mettere a confronto il dato sui licenziamenti disciplinari con quello sulle dimissioni: queste ultime sono infatti notevolmente scese e probabilmente non è un caso. Spiega ancora Venzo: “i due fenomeni sono strettamente connessi: per dimettersi oggi un lavoratore deve accedere personalmente, o tramite un soggetto abilitato, a un portale del Ministero e compilare un apposito modulo on line, in questo modo le dimissioni online verranno convalidate. Ne consegue che, chi vuole dimettersi ma non ha la disponibilità di un pc, oppure non vuole perdere tempo per rivolgersi ai soggetti abilitati, finisce con il non presentarsi più al lavoro, costringendo di fatto l’azienda ad attivare la procedura disciplinare e procedere al licenziamento”.

Tassa sui licenziamenti: storture

In quest’ottica però occorre considerare gli effetti del cd ticket sui licenziamenti, una sorta di tassa introdotta dalla legge Fornero a carico delle imprese per finanziare la Naspi. In pratica il datore di lavoro che licenzia un lavoratore a tempo indeterminato deve versare all’Inps un contributo che può arrivare fino a 1.500 euro nel caso di rapporti di lavoro che durano da almeno 36 mesi. Ecco quindi che ben si comprende perché questa tassa, se applicata ai casi di licenziamento per motivi disciplinari nelle situazioni sopradescritte, finisce col diventare una penalizzazione ingiusta. Più volte Confartigianato ha inoltrato richieste correttive al Governo per queste ipotesi.

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Argomenti:   Licenziamento

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