Lavoro nero, boom tra disoccupati, pensionati e cassaintegrati. Primato alla Calabria

Sono per lo più disoccupati, cassaintegrati e comunque chi, complice la crisi, non arriva a fine mese i lavoratori in nero la cui presenza, secondo una studio della Cgia di Mestre, è massiccia in Calabria

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Sono per lo più disoccupati, cassaintegrati e comunque chi, complice la crisi, non arriva a fine mese i lavoratori in nero la cui presenza, secondo una studio della Cgia di Mestre, è massiccia in Calabria

Lavoro nero ai massimi storici soprattutto in Calabria, con effetti devastanti per l’evasione fiscale. A rivelarlo un’indagine della CGIA di Mestre che mette in luce una massiccia presenza di lavoratori in nero nel nostro Paese e spiega le cause del fenomeno in forte crescita specie al Sud.

Disoccupazione e crisi economica aumentano il lavoro in nero

In un momento storico caratterizzato da una grave crisi economica e una disoccupazione crescente, specie fra i giovani che risentono più di tutti la congiuntura economica creatasi, trovare lavoro diventa un miraggio. Uno degli obiettivi che si sono sempre posti i Governi succedutesi è stato quello di diminuire il cuneo fiscale, ossia il peso del costo  del lavoro nel nostro Paese che ha raggiunto livelli altissimi, rispetto alla media europea. Non è una giustificazione ovvio, ma forse potrebbe essere la causa, il fattore scatenante del massiccio ricorso ai lavoratori in nero. Il lavoro nero è una piaga sociale di estrema rilevanza, emblema di tempi non certo felici che caratterizzano la nostra società.  La Regione d’Italia dove è alta la presenza di lavoratori  in nero è la Calabria , a seguire  Basilicata e Molise.

Lavoratori in nero:  primato alla Calabria            

Se sono 3 milioni i lavoratori in nero presenti in Italia, secondo uno studio fatto dalla Cgia di Mestre, questi producono 102,5 miliardi di Pil irregolare all’anno pari al 6,5% del Pil nazionale, mentre l’incidenza del valore aggiunto da lavoro irregolare su quello regolare è pari al 18,6%. In generale è tutto il Sud a soffrire la presenza dell’economia sommersa: quasi la metà (19,2 miliardi su 43,7 miliardi) del gettito potenzialmente evaso è in capo alle regioni del Sud. A guidare la classifica delle regioni più colpite dalla presenza di lavoro nero è la Calabria, con circa il  18,6% del valore aggiunto da lavoro irregolare sul Pil e presenta 181.100 lavoratori in nero che, tradotto in termini fiscali, significano 1.375 euro di imposte evase in capo ad ogni singolo residente della Regione Calabria.

Lo studio della Cgia di Mestre

Unità di lavoro standard, ovvero come se ci fossero 3 milioni di persone che per otto ore al giorno eseguono una attività irregolare. Così identifica i lavoratori in nero l’associazione con sede a Mestre, guidata da Giuseppe Bortolussi. “Si tratta di una piaga che vede coinvolti milioni e milioni di persone: lavoratori dipendenti che fanno il secondo lavoro; cassaintegrati o pensionati che arrotondano le loro magre entrate, disoccupati che in attesa di rientrare ufficialmente nel mercato del lavoro sbarcano il lunario “grazie” ai proventi di una attività irregolare” – dice il presidente.

Lavoro nero: il “paracadute” di chi non arriva a fine mese

“E’ evidente che chi pratica queste attività irregolari” – dice Bortolussi – “ fa concorrenza sleale nei confronti degli operatori economici regolari che non possono o non vogliono evadere – si è affrettato a spiegare Bortolussi – “ a evadere, ma nel  Mezzogiorno possiamo affermare che il sommerso costituisce un vero e proprio ammortizzatore sociale. Sia chiaro, nessuno di noi vuole elogiare il lavoro nero – ha sottolineato – spesso legato a doppio filo con forme inaccettabili di sfruttamento, precarietà e mancanza di sicurezza nei luoghi di lavoro. Tuttavia, quando queste forme di irregolarità non sono legate ad attività riconducibili alle organizzazioni criminali o alle fattispecie appena elencate costituiscono in questi momenti così difficili un paracadute per molti disoccupati o pensionati che non riescono ad arrivare alla fine del mese“, ha concluso Bortolussi.

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