Lavoro in azienda: assumere laureati e specializzati è diventato sconveniente?

Titoli di studio eccessivi possono diventare paradossalmente controproducenti per chi cerca lavoro in azienda: gli imprenditori infatti preferiscono investire su personale da formare

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Titoli di studio eccessivi possono diventare paradossalmente controproducenti per chi cerca lavoro in azienda: gli imprenditori infatti preferiscono investire su personale da formare

I nuovi dati aggiornati sulla disoccupazione giovanile ci spingono a riflettere sui criteri di assunzione nelle aziende. La platea delle persone tra 25 e 40 anni senza lavoro, per un crudele scherzo del destino, è composta quasi per la metà (40%) da laureati ma non solo: ci sono anche persone che hanno seguito corsi di perfezionamento e dottorati.   Si tratta di una tendenza emblematica diffusa in campo letterario ma anche tra scienziati, economisti e ingegneri. Si può concludere che essere troppo specializzati può essere controproducente per chi cerca lavoro? In tempo di crisi per le aziende risparmiare è l’imperativo dominante. A lanciare l’allarme è stato il professor Roberto Barontini, nonché esponenti politici del calibro di Giuliano Amato e Enrico Letta. Il fenomeno riguarda i cd “over educated”. Francesco Buquicchio, amministratore delegato di Egon Zehnder, azienda milanese leader nella selezione di top manager internazionali, a tal proposito ha consigliato ai giovani che cercano lavoro in azienda di “avere una vista più allargata: non solo testa, ma anche pancia. Devono cioè dimostrare capacità di empatia nel business, riuscire a porsi in modo positivo con le persone dell’organizzazione, interagire con loro, saper gestire le risorse prefiggendosi obiettivi, che non siano quelli di fare i capi o di avere incentivi economici, come era una volta”. Oggi le competenze tecniche non bastano e anzi, se non vengono usate in modo strategico, possono essere penalizzanti: occorre avere spirito di adattamento e “intelligenza emozionale”. Questa capacità ha un nome: è stata identificata come ‘external focus’ e include tutte le cd ‘soft skills’, ossia capacità di relazionarsi e di comprendere le esigenze del mercato.

Dunque la colpa è solo di chi si propone? Questa visione non è sufficiente a descrivere la crisi: la colpa è senza dubbio anche delle aziende, che danno la precedenza al risparmio sulla qualità. Lo scandalo della delocalizzazione di Moncler denunciato da Report </a

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