Lavoro: controllo mail dipendenti è legittimo

Ma solo se il datore ha dei sospetti e che il controllo avvenga ex post. La Cassazione chiarisce con la sentenza n. 2722 del 2012

di Redazione InvestireOggi, pubblicato il
Ma solo se il datore ha dei sospetti e che il controllo avvenga ex post. La Cassazione chiarisce con la sentenza n. 2722 del 2012

Un’azienda può sottoporre a controllo le mail di un dipendente? La Cassazione, sezione lavoro, fornisce un principio di diritto molto importante, che certamente farà discutere. Stiamo parlando della possibilità concessa al datore di lavoro di controllare la posta elettronica e gli accessi ad internet dei suoi dipendenti, al fine di verificare la corretta esecuzione della prestazione. Se fino ad oggi era vietato, ora sembra cadere tale imposizione. Un controllo questo che però deve avvenire ex post. E’ l’azienda, quando emergono precisi elementi di fatto tali da raccomandare l’avvio di una indagine retrospettiva, che può accedere alla posta elettronica del suo dipendente. Se dal controllo ex post, dovessero emergere delle violazioni che si caratterizzino per la gravità, è legittimo il licenziamento.  

Sentenza n 2722 2012 Corte di Cassazione: la vicenda

Nel caso di specie, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2722 del 2012, si è dovuta occupare della vicenda di un lavoratore che aveva impugnato il licenziamento per giusta causa in quanto accusato di aver divulgato, mediante messaggi di posta elettronica diretti ad estranei, delle notizie riservate riguardanti un cliente dell’Istituto, ponendo in essere, grazie alle notizie in questione, operazioni finanziarie da cui aveva tratto uno specifico vantaggio personale. La Corte di appello aveva confermato la sentenza in primo grado, che a sua volta aveva respinto il ricorso del dipendente licenziato, ravvisando una serie di violazioni, dell’obbligo di segretezza e correttezza, del regolamento interno e del codice deontologico. Insomma si additava al dipendente la tenuta di una condotta “particolarmente lesiva dell’elemento fiduciario” posto in essere con l’azienda.  

Controllo sui dipendenti: il ricorso in Cassazione

La tesi difensiva del lavoratore licenziato, dopo aver visto rigettato il suo ricorso in primo e in secondo grado, in sede di Cassazione, si fonda sulla violazione da parte del datore di lavoro di tutte quelle garanzie disciplinate nello Statuto dei lavoratori, sui limiti nei controlli a distanza dei dipendenti.  

Il divieto di controllo a distanza del lavoratore

La legge n. 300 del 1970, lo Statuto dei lavoratori, proprio all’art. 4 ha  vietato le apparecchiature di controllo a distanza, subordinando tuttavia ad un accordo con le RSA o a specifica autorizzazione dell’attuale Direzione Territoriale del Lavoro e dell’Ispettorato del Lavoro, l’installazione di quelle apparecchiature, rese necessarie da esigenze organizzative e produttive, da cui può derivare la possibilità di controllo. La giurisprudenza della stessa Corte di Cassazione ritiene che tale norma, “faccia parte di quella complessa normativa diretta a contenere in vario modo le manifestazioni del potere organizzativo e direttivo del datore di lavoro che, per le modalità di attuazione incidenti nella sfera della persona, si ritengono lesive della dignità e della riservatezza del lavoratore, sul presupposto – espressamente precisato nella Relazione ministeriale – che la vigilanza sul lavoro, ancorché necessaria nell’organizzazione produttiva, vada mantenuta in una dimensione umana, e cioè non esasperata dall’uso di tecnologie che possono rendere la vigilanza stessa continua e anelastica, eliminando ogni zona di riservatezza e di autonomia nello svolgimento del lavoro”.  

Diritto alla riservatezza del dipendente

La possibilità di effettuare controlli dei lavoratori si scontra però con il diritto alla riservatezza degli stessi, al punto che l’esigenza di evitare condotte illecite da parte dei dipendenti non giustifica in ogni caso un annullamento di ogni forma di garanzia e di tutela della dignità e riservatezza del lavoratore.  

I controlli difensivi

L’esigenza di tutela del diritto alla riservatezza non dovrebbe scontrarsi con i c.d. controlli difensivi. Si intendono per controlli difensivi, quelli diretti ad accertare condotte illecite dei lavoratori, quando tali condotte riguardino l’esatta osservanza di tutti gli obblighi derivanti dal rapporto di lavoro e non la tutela di beni estranei al rapporto stesso, dove la sorveglianza è attuata mediante strumenti che presentano requisiti strutturali e potenzialità lesive, la cui utilizzazione è subordinata al previo accordo con il sindacato o all’intervento della Direzione Territoriale del Lavoro. In tali casi, ci si trova dinanzi ad un controllo che potremmo definire, usando una terminologia da penalista, “preterintenzionale” che come tale necessita dell’accordo con le RSA o dell’autorizzazione preventiva della DTL.  

La tesi della Cassazione

Detto questo, secondo la Corte di Cassazione però, non rientra nel campo di applicazione dell’art. 4 dello Statuto dei lavoratori e come tale non necessita di specifico accordo con le RSA o preventiva autorizzazione della DTL, la verifica delle mail inviate da un dipendente se il controllo da parte del datore è di tipo difensivo perché destinato ad accertare un comportamento illecito. Nel caso posto all’attenzione della Corte, il datore di lavoro infatti aveva effettuato il suo controllo ex post, dopo cioè l’attuazione del comportamento imputato al dipendente, quando erano emersi elementi di fatto tali da suggerire l’avvio di un’indagine retrospettiva. In tale contesto, il datore di lavoro ha effettuato un controllo sulle strutture informatiche dell’azienda che prescindeva dalla pura e semplice sorveglianza sull’esecuzione della prestazione lavorativa da parte dei lavoratori ed era, invece, diretta ad accertare l’esecuzione di eventuali condotte illecite, che nel caso di specie erano poi effettivamente riscontrate.  

Controllo difensivo senza accordo

Il controllo difensivo effettuato dal datore non si incentrava sull’esatto adempimento delle obbligazioni discendenti dal rapporto di lavoro, ma era diretto a verificare un comportamento che poneva in pericolo la stessa immagine dell’azienda, nel caso in oggetto, di una banca presso soggetti terzi. Autorizzando il datore al controllo della posta elettronica del suo dipendente, si ravvisa il diritto, sempre del datore, di tutela del proprio patrimonio aziendale, costituito dal complesso dei beni a cui si affianca anche l’immagine esterna dell’azienda. Il controllo delle mail non rientra nei controlli disciplinati all’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori, poiché l’attività di controllo sulle strutture informatiche aziendali da parte del datore di lavoro, “non verteva sull’ esatto adempimento delle obbligazioni discendenti dal rapporto di lavoro” – come si legge nella sentenza – “bensì era destinato ad accertare un comportamento che poneva in pericolo la stessa immagine dell’istituto presso terzi”.

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Argomenti: Aziende e Società