La pensione non basta? Quando si può continuare a lavorare

Se la pensione non basta si può continuare a lavorare? Dipende anche dal tipo di pensione: ecco una panoramica e quando vale il divieto di cumulo.

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Se la pensione non basta si può continuare a lavorare? Dipende anche dal tipo di pensione: ecco una panoramica e quando vale il divieto di cumulo.

Finalmente hai raggiunto l’agognato traguardo della pensione. Eppure, purtroppo, molte persone sono costrette a frenare gli entusiasmi di fronte ad assegni più bassi del previsto. Se la pensione non basta è possibile continuare a lavorare, magari part time o in modo saltuario, per incrementare le entrate?

Si può lavorare in pensione?

A questa domanda non esiste una risposta sempre valida. La verità è che dipende anche dal tipo di pensione erogata. In linea generale, per tutte le pensioni dirette (quindi pensione di vecchiaia e anzianità e pensioni anticipate) il divieto di cumulo tra reddito da lavoro e assegno pensionistico è stato abolito più di dieci anni fa (e ciò indipendentemente dal fatto che la pensione sia calcolata con sistema retributivo, contributivo o misto). Da specificare però che, se  l’assegno è liquidato col sistema contributivo puro, per ammettere il pieno cumulo della pensione coi redditi da lavoro il diritto deve essere stato perfezionato con almeno 65 anni di età (60 per le donne), con 40 anni di contributi, oppure con la quota 96.

Alcune forme di pensionamento, inoltre, possono prevedere dei limiti al cumulo.

  • Quota 100: fatta eccezione per il periodo di finestra mobile, chi percepisce la Quota 100 non può lavorare fino al raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia. Si tratta però di un divieto di cumulo relativo e non assoluto: sono ammessi redditi di lavoro autonomo occasionale, fino ad un massimo di 5.000 euro annui.
  • Quota 41 precoci: non si può cumulare con il trattamento pensionistico con i redditi di lavoro, sia dipendente che autonomo, per un periodo di tempo calcolato come la differenza tra l’anzianità contributiva utile alla pensione anticipata tradizionale, cioè 42 anni e 10 mesi di contributi (o 41 anni e 10 mesi per le donne) e l’anzianità contributiva registrata al momento del pensionamento con il requisito contributivo agevolato di 41 anni di contributi.
    In altre parole, se il lavoratore va in pensione con 41 anni di contributi, non può lavorare per il primo anno e 10 mesi; se la lavoratrice raggiunge la pensione con 41 anni di contributi non può lavorare per i primi 10 mesi;
  • Opzione Donna: la norma non prevede espressamente alcun divieto di cumulo. Peraltro la Legge Maroni, inserendola tra le pensioni di anzianità, ha chiarito ogni dubbio in merito alla sua natura di pensione diretta;
  • Assegno Ordinario di Invalidità (da non confondere con la pensione di invalidità civile che, invece, è una prestazione di assistenza): si può lavorare ma si subisce una decurtazione del 25% se il reddito totale supera di quattro volte il trattamento minimo, e del 50% se lo supera di cinque volte; fatto questo taglio, se l’assegno risulta ancora superiore al trattamento minimo, il pensionato subirà una riduzione ulteriore. Le cose cambiano al raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia o se il pensionato ha almeno 40 anni di contributi;
  • Ape e Ape Social: nel primo caso non ci sono problemi nel cumulo con redditi da lavoro visto che si tratta essenzialmente di un prestito bancario; per avere diritto all’ape sociale, invece, non si deve lavorare. In seguito si può riprendere ma a condizione di non superare i seguenti limiti di reddito:
    • per l’attività dipendente o parasubordinata, 8 mila euro l’anno;
    • per l’attività autonoma, 4.800 euro annui.
  • Pensione di inabilità: il titolare non può svolgere nessuna attività lavorativa;
  • Pensione di reversibilità: sussiste un divieto di cumulo parziale.
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