La mediazione tributaria: esito e perfezionamento

Il comma 7 dell’art. 17-bis recita “Il reclamo tributario può contenere una motivata proposta di mediazione, completa della rideterminazione dell’ammontare della pretesa”. Ciò vuol dire che il contribuente ha la facoltà, non è obbligato, di formulare all’Ufficio  una proposta di mediazione tributaria: in tal caso deve anche rideterminare (cosa non facile, soprattutto per i soggetti […]

di Roberto Franchini, pubblicato il
Il comma 7 dell’art. 17-bis recita “Il reclamo tributario può contenere una motivata proposta di mediazione, completa della rideterminazione dell’ammontare della pretesa”. Ciò vuol dire che il contribuente ha la facoltà, non è obbligato, di formulare all’Ufficio  una proposta di mediazione tributaria: in tal caso deve anche rideterminare (cosa non facile, soprattutto per i soggetti […]

Il comma 7 dell’art. 17-bis recita “Il reclamo tributario può contenere una motivata proposta di mediazione, completa della rideterminazione dell’ammontare della pretesa”. Ciò vuol dire che il contribuente ha la facoltà, non è obbligato, di formulare all’Ufficio  una proposta di mediazione tributaria: in tal caso deve anche rideterminare (cosa non facile, soprattutto per i soggetti IRPEF) l’ammontare della pretesa, inclusi i contributi previdenziali.

La circolare n. 9/E/12, par. 5.4, precisa che “Accertata l’ammissibilità dell’istanza e verificata l’impossibilità di procedere a un annullamento dell’atto impugnato, l’Ufficio valuta attentamente, anche in assenza di proposta formulata dal contribuente, la sussistenza dei seguenti presupposti per la mediazione, individuati dal comma 8 dell’art. 17-bis:

  1. incertezza delle questioni controverse;
  2. grado di sostenibilità della pretesa;
  3. principio di economicità dell’azione amministrativa.”.

 

SI precisa ancora che “Tale valutazione preventiva deve essere condotta con l’intento di addivenire alla mediazione ogniqualvolta, in previsione di una sentenza di primo grado sfavorevole o parzialmente sfavorevole, non siano ravvisabili i presupposti per la prosecuzione in appello del contenzioso”. Riepilogando, la proposta di mediazione può essere formulata dal contribuente; in assenza, se l’istanza di reclamo è stata correttamente presentata, l’Ufficio valuta se proporre o meno una mediazione tenuto conto del probabile esito dell’eventuale successivo contenzioso e/o del principio di economicità dell’azione amministrativa (cioè del rapporto costi/benefici).

 

L’economicità dell’azione amministrativa

Relativamente al principio di economicità dell’azione amministrativa, la circolare, al par. 5.4.3., richiama l’art. 1, comma 1, della legge 241/90 sulla trasparenza e precisa che “Il principio di economicità va, quindi, inteso non solo come necessità di ottimizzazione economica delle risorse, ma altresì come ottimizzazione dei procedimenti, vale a dire come impegno a non gravare il procedimento amministrativo di oneri inutili e dispendiosi, cercando di realizzare una rapida ed efficiente conclusione della propria attività amministrativa, nel rispetto degli altri principi di legalità, efficacia, imparzialità, pubblicità e trasparenza. Si tratta di criterio che sostanzialmente accompagna i precedenti, in quanto individua, in specialmodo a fronte di una scarsa sostenibilità della controversia, l’opportunità di procedere alla mediazione della pretesa tributaria. In tale valutazione va considerato anche il rischio di soccombenza nelle spese di lite”.

Se la mediazione termina con esito positivo, cioè Ufficio e contribuente trovano un accordo, la stessa si perfeziona in modo analogo a quello della conciliazione giudiziale di cui all’art. 48 del D.Lgs. 546/92, cioè si sottoscrive l’accordo di mediazione; la procedura, però, non si perfeziona con la firma dell’accordo bensì si perfeziona con il pagamento dell’intero importo dovuto o della prima rata, da effettuarsi entro il ventesimo giorno successivo alla firma dell’accordo di mediazione. In caso di intervenuto accordo il contribuente, al pari della conciliazione giudiziale, beneficia della riduzione delle sanzioni al 40% pertanto le somme dovute saranno pari al 100% delle imposte determinate sulle maggiori basi imponibili oggetto dell’accordo (che potrebbero essere anche le stesse risultanti dall’atto impugnato se l’Ufficio non ha concesso alcuna rideterminazione della pretesa) e del 40% delle sanzioni irrogate. Il pagamento delle somme dovute può avvenire in unica soluzione o in massimo 8 rate trimestrali di pari importo (trattandosi di controversie di importo fino a 20.000 euro non è possibile il pagamento in un massimo di 12 rate trimestrali di pari importo, previsto se le somme dovute superano i 50.000 euro). In caso di rateazione delle somme il contribuente non deve prestare alcuna garanzia ma deve mantenere l’impegno preso; in caso di mancato pagamento anche di una sola delle rate successive alla prima, infatti, l’Ufficio provvede all’iscrizione a ruolo delle residue somme dovute e della sanzione del 60% sul residuo importo ancora dovuto a titolo di tributo (cioè la sanzione del 30% ex art. 13 D.Lgs. 471/97 applicata in misura doppia). Precisa correttamente la circolare 9/E/12 che “la cartella di pagamento, emessa in caso di mancato versamento di una delle rate successive alla prima, può essere impugnata solo per vizi propri”. La circolare 41/E/2011, par. 4, ha consentito al contribuente la facoltà di regolarizzare mediante il c.d. ravvedimento operoso (art. 13 D.Lgs. 472/97) il mancato pagamento di una rata entro il termine di scadenza della rata successiva al fine di non perdere il beneficio della rateazione.

 

La circolare 9/E/12

La circolare 9/E/12 ha richiamato la precedente circolare 48/E/11 ed ha precisato che in caso di errore scusabile del contribuente (somme lievemente inferiori al dovuto, lieve ritardo nel versamento, altre minime irregolarità) “l’Ufficio valuta l’opportunità di ritenere valido il pagamento, tenendo conto dell’intento deflativo dell’istituto e dei principi di economicità, nonché di conservazione dell’atto amministrativo”.

A seguito del perfezionamento della mediazione la pretesa tributaria risulta integralmente soddisfatta ed il rapporto giuridico tributario sottostante all’atto impugnato si intende definito e non ulteriormente contestabile. Il comma 10 dell’art. 17-bis recita “Nelle controversie di cui al comma 1 la parte soccombente è condannata a rimborsare, in aggiunta alle spese di giudizio, una somma pari al 50 per cento delle spese di giudizio a titolo di rimborso delle spese del procedimento disciplinato dal presente articolo. Nelle medesime controversie, fuori dei casi di soccombenza reciproca, la commissione tributaria, può compensare parzialmente o per intero le spese tra le parti solo se ricorrono giusti motivi, esplicitamente indicati nella motivazione, che hanno indotto la parte soccombente a disattendere la proposta di mediazione”.

Il legislatore hai introdotto la specifica previsione di una addebito di spese, oltre alle ordinarie spese di giudizio in caso di soccombenza ex art. 15 del D.lgs. 546/92, pari al 50% di quanto il giudice ha stabilito come condanna alle spese.

 

Sul reclamo e sulla mediazione tributaria si legga anche:

Il reclamo e la mediazione tributaria

Ricorso tributario: modalità e termini di presentazione

 

 

 

 

 

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Argomenti: Ricorsi e Contenziosi, Normativa e Prassi, Manovre Fiscali e Finanziarie