Invalidità civile: quando la Sanità non da garanzie e lascia i pazienti in balia di se stessi | Lettera aperta

Quando la Sanità non garantisce una rete di protezione e la Famiglia rimane l'unico motivo che ci spinge a combattere.

di Patrizia Del Pidio, pubblicato il
Quando la Sanità non garantisce una rete di protezione e la Famiglia rimane l'unico motivo che ci spinge a combattere.

Pubblichiamo una lettera aperta di un nostro lettore per denunciare quello che è lo stato delle cose della Sanità italiana che, a quanto pare, non riesce a tutelare chi ne ha bisogno non garantendo l’assistenza necessaria a chi soffre di malattie che limitano gravemente le possibilità lavorative a causa di invalidità permanenti che persistono da decenni.

Preg.ma Redazione Buonasera,

Io ho quasi 49 anni, e già, dall’età di 16, fui riconosciuto invalido civile per alcune patologie; vengo ai “tempi più recenti”: nel 2001 fui assunto come operaio iscritto nelle “categorie protette”, ma per diversi anni, e comunque fino a che il fisico me lo consentì, lavorai come “operaio” nonostante le “mie limitazioni”; poi, ad un certo punto, il mio fisico “crollò” inesorabilmente, e dopo l’ennesimo intervento chirurgico al ginocchio dx, e, tramite il Medico del Lavoro, l’Azienda fu costretta a ricollocarmi in posizione più idonea al mio stato di Salute;

a questo punto, per me, iniziò un vero e proprio “Calvario”, in quanto da allora l’Azienda per la quale lavoro, tentò in tutti i modi di “mettermi i bastoni fra le ruote”, cercando di mettermi in condizione di dimettermi per disperazione, tanto che, finii (miracolosamente) nel aver bisogno del SIMAP, dove vengo seguito ancora oggi;

da allora, (come qualcuno mi ha detto) ho avuto un evidente e progressivo Declino sia fisico che mentale (quest’ultimo, proprio a causa delle “pressioni” messe in atto “dai dirigenti” di Azienda, pressioni che mi causavano “pensieri” autolesionistici fino “all’estremo atto”); nonostante tale situazione, con l’aiuto del Simap, sono riuscito a “fugare” tutti quei pensieri più orribili, ed, “a forza di documentazioni mediche, sono riuscito a “tenermi” il posto di lavoro, posto, che devo continuare a “difendere” dai continui tentativi di farmi desistere;

ora, non Le nascondo che ho iniziato a far fatica a “reggere” anche le 8 ore di lavoro giornaliero, e per tal motivo, ho tentato più volte di ottenere sia l’aggravamento dell’invalidità, sia e soprattutto il riconoscimento della legge 104 art.3 comma 3, ma, anche se a detta di tanti Medici avrei avuto tutti i diritti di tale riconoscimento, l’AUSL (per conto dell’INPS) mi ha sempre riconosciuto gli aggravamenti (secondo me in maniera comunque discutibile) ma, la 104, solo art. 3 comma 1;

elenco i vari “deficit”: sono affetto da CMT (malattia di Charcot-Marie-Tooth ), ho un ginocchio devastato da pluriinterventi, e con necessità (già da anni) di protesi totale, inoltre, sono diventato un obeso grave, diabetico con moderato controllo dei valori (assumo metformina per 3 volte al di’), gravemente depresso, ed affetto da tiroidite autoimmune (in trattamento farmacologico), osas grave in trattamento con cpap, fibromialgia in trattamento farmacologico, sindrome di Parkinson (sembrava di tipo iatrogeno, ma a distanza di due anni dalla dismissione del farmaco imputato, è ancora presente un discreto tremore..), mielopatia cervicale grave.. con inizio di necrosi midollare (mielomalacia) più altre ernie e protusioni lungo quasi tutto il rachide, coxa artrosi femorale bilaterale grave di carattere erosivo, linfedema grave di grado 3 – 4 agli arti inferiori, artrosi sparsa sulle varie articolazioni, cardiopatia ipertensiva non controllata (in cura da oltre 30 anni con vari farmaci), ecc. ecc.; 

detto quanto sopra, la commissione AUSL, ad ogni presentazione della domanda di aggravamento dell’invalidità ed al riconoscimento della legge 104 art.3 comma 3, mi ha sempre riconosciuto un aggravamento (max 5 punti) per volta, “togliendo” arbitrariamente dal calcolo.. qualche vecchia patologia) e ripeto, riconoscendomi solo la legge 104, art. 3 comma 1;

Vengo al dunque: un po’ per volta sono peggiorate le mie patologie, e ne sono scaturite “nuove” (di ogni genere e grado) che mi rendono sempre più difficoltosa la “vita” sociale e lavorativa, e, sentirmi dire dalla Commissione Medica dell’AUSL che ancora sono autosufficiente e non bisognoso di assistenza, non solo mi fa “male ed arrabbiare”, ma mi fa scaturire delle domande, ossia: ma se la Legge 104 l’articolo 3 al comma 3 riconosce lo stato di Handicap “grave” e, nello stesso sono elencati i vari benefici.., tra i quali la possibilità di riposi giornalieri o mensili per il Lavoratore Invalido.., allora, come si può non riconoscere tale “Stato” in virtù della non completa infermità del soggetto??

..io chiedo: se sono realmente infermo, cosa me ne farei dei riposi compensativi?? se sono bisognoso di continua assistenza.., come potrei andare a lavorare.. ed eventualmente chiedere di usufruire della riduzione di orario lavorativo??

e quindi: perché la Legge prevede il riconoscimento di certi Benefici ai Lavoratori portatori di Handicap? In sostanza, se e quando sarò su una “sedia a rotelle” come l’AUSL ipotizza.., a cosa serviranno i Benefit previsti dalla Legge di cui sopra.. se non potrò essere più “abile” in nulla??

In conclusione, se può, Le chiedo di Aiutarmi in quanto ho bisogno di poter continuare a “lottare” per me, ma soprattutto per Mia Moglie e per i Miei Tre Figliche sono, e saranno sempre i Doni più Belli che ho ricevuto nella Vita,

ed è per Loro che io vorrei, anzi voglio continuare a “combattere”, in quanto senza la Mia Famiglia.., sarebbe tutto inutile..!

La Ringrazio anticipatamente e sentitamente per l’attenzione che potrà dedicarmi.

Saluti Cordiali.

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Argomenti: Lettere, Welfare e previdenza, Legge 104

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