Indennità di accompagnamento negata per vizio formale, la Cassazione ci mette una pezza

Per la Corte di Cassazione non occorrono formule sacramentali per richiedere l’indennità di accompagnamento. I vizi di forma non fanno perdere il diritto alla prestazione.

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Per la Corte di Cassazione non occorrono formule sacramentali per richiedere l’indennità di accompagnamento. I vizi di forma non fanno perdere il diritto alla prestazione.

Italia Paese della burocrazia, dei cavilli e delle scartoffie. Può capitare a tutti di imbattersi in errori di poco conto, in virgole o crocette messe al posto sbagliato, e perdere così il diritto a prestazioni economiche e di assistenza, salvo poi farsele riconoscere dai giudici. Ma dopo lunghe ed estenuanti lotte legali.

Così è capitato che per una omessa dichiarazione in fase di richiesta amministrativa di indennità di accompagnamento presso l’Inps, l’assistito si è visto rigettare la domanda e negare il contributo economico previsto dalla legge. Del resto l’Inps non perde occasione per eliminare o non concedere prestazioni economiche in presenza di errori nella compilazione della modulistica di non sempre facile lettura. Farsi assistere, in questi casi, è sempre meglio che fare da sé.

Indennità di accompagnamento negata per vizio di forma

Sul punto si è espressa così la Corte di Cassazione mettendo fine a un contenzioso che vedeva opposto l’Inps a un invalido che aveva presentato la richiesta di indennità di accompagnamento con vizi di forma nella modulistica. In buona sostanza l’Inps contestava le formalità da rispettare nella presentazione della domanda e per le quali ha negato all’assistito l’indennità di accompagnamento. In particolare l’Inps fa presente che l’assistito aveva presentato domanda amministrativa tramite i moduli predisposti sottoscrivendo in particolare il modello A nel quale aveva barrato la casella riferita a “invalido civile ai sensi della legge 30/3/1971 e successive modifiche “. Alla domanda aveva allegato quindi il certificato medico redatto sull’apposito modello C , ma in questo non risultava barrata la casella che “individua le condizioni sanitarie la cui sussistenza è necessaria per il riconoscimento del diritto all’indennità di accompagnamento, non essendo stato certificato che la persona richiedente fosse “impossibilitata a deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore “, o “non in grado di compiere gli atti quotidiani della vita senza assistenza continua“.

Insomma per un casella non barrata l’Inps ha negato la domanda poiché non era possibile individuare la prestazione richiesta dall’assistito. Dopo varie tergiversazioni giudiziarie, la Cassazione con ordinanza numero 74 del 2020 ha chiarito e posto fine al contendere asserendo che l’indennità di accompagnamento va concessa anche in presenza di vizi formali.

Cosa dice la Corte di Cassazione

Ovviamente si tratta di problemi legati alle procedure burocratiche e alla non facile lettura della documentazione Inps relativa alla presentazione delle domande che, nel caso specifico, potrebbero essere aggravate dal fatto che la compilazione dei moduli è affidata a persone invalide. I giudici della Suprema Corte – nell’ordinanza di cui sopra – hanno fatto quindi presente che non occorrono formule sacramentali per richiedere l’indennità di accompagnamento: è sufficiente che la documentazione permetta all’Inps di individuare il tipo di prestazione richiesta. Cosa che non è stata fatta.

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