Ici Chiesa: verità e luoghi comuni

Si fa un gran parlare di (vergognosa) esenzione della Chiesa dal pagamento dell'Ici, ma quanto corrisponde a verità e quanto è solo fumo negli occhi?

di Alessandra De Angelis, pubblicato il
Si fa un gran parlare di (vergognosa) esenzione della Chiesa dal pagamento dell'Ici, ma quanto corrisponde a verità e quanto è solo fumo negli occhi?

Premessa: questo articolo non è né di destra né di sinistra, non è né cattolico né ateo. E’ una riflessione sociale, economica e giuridica che intende fare un po’ di chiarezza sullo spinoso argomento del regime fiscale a cui è soggetta la Chiesa in Italia e in particolare sul rapporto tra Chiesa e Ici. Non ho pretese di completezza perché la materia è vasta ma spero che possa servire al lettore per avere un quadro più coscienzioso, scevro da luoghi comuni. Se cercate un articolo di propaganda religiosa state leggendo un articolo sbagliato ma lo stesso vale per chi vuole fomentarsi con accuse contro la Chiesa non documentate.

In questo tempo di crisi economica e pressione fiscale è chiaro che l’argomento sia tornato di moda.

 

CHIESA EVASIONE FISCALE: UNA STORIA REALE O  UNA LEGGENDA METROPOLITANA?

Il Governo Monti ha chiesto più sacrifici agli italiani e questo ha provocato insofferenza non solo contro gli evasori  fiscali ma anche  contro tutti i privilegiati legittimati dallo Stato a non pagare le tasse. Un’insofferenza che è sfociata anche in movimenti organizzati come la pagina Facebook “Vaticano pagaci tu la manovra” e il “No Vaticano Day”. Ma, ricordiamo, in questa sede non si fa un discorso politico o religioso ma economico e finanziario: anche un credente può ritenere che sia giusto che la Chiesa contribuisca al sostentamento dello Stato senza per questo mettere in discussione la sua fede. Così come del resto un ateo può ritenere opportuna l’esenzione fiscale di organizzazioni no profit. Ma quello che deve accumunare ogni conclusione è una base di informazione corretta, scevra da condizionamenti e luoghi comuni, su cui strutturare il proprio rispettabile pensiero.

 

ESENZIONE ICI CHIESA: UNA QUESTIONE NON SEMPLICE

Partiamo proprio dall’Ici, la tassa comunale sugli immobili  al centro delle maggiori polemiche. L’Ici è stata introdotta nel 1992 e da subito sono stati esonerati dal pagamento gli enti non commerciali destinati in via esclusiva allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive. I requisiti per l’esenzione fiscale sono quindi ben descritti dalla legge: enti no profit, senza scopo di lucro e impegnati in via esclusiva all’attività principale (che deve essere tra quelle espressamente previste dalla legge).

Ma in effetti le critiche non riguardano tanto la parrocchia (piuttosto che la moschea o la sinagoga) quanto piuttosto quelle attività con finalità commerciali. Del resto anche in altri Paesi, ad esempio nel Regno Unito, gli enti no profit hanno molte agevolazioni fiscali senza che questo scandalizzi nessuno.

Ma in Italia il punto è un altro: è giusto che la Chiesa non paghi l’Ici su immobili dai quali trae un vantaggio economico (anche se questo non è lo scopo primario dell’immobile stesso?).

La sentenza numero 4645 Corte di Cassazione datata 8 marzo 2004 ha espressamente previsto che “Il beneficio dell’esenzione dall’ICI non spetta in relazione agli immobili, appartenenti ad un ente ecclesiastico, che siano destinati allo svolgimento di attività oggettivamente commerciali“. Nel caso di specie si trattava di un istituto destinato a casa di cura e alloggio per studentesse. L’interpretazione per le spese di manutenzione degli immobili data dal governo Berlusconi e contenuta all’art. 7 del decreto legge n. 203/2005 è stata impugnata dinanzi alla Commissione europea perché si concretizzava di fatto in un “aiuto di stato”.

Anche il Governo Prodi però è intervenuto con un’interpretazione meno rigida attraverso l’art. 39 del D.L. n. 223/2006 in cui si legge che l’esenzione è da considerarsi applicabile se l’attività viene esercitata in maniera “non esclusivamente commerciale”.

Nella sostanza cambia molto: non si parla più di esenzione per attività esclusivamente non commerciale ma di esenzione per attività non esclusivamente commerciale. Quindi se una struttura ecclesiastica viene usata sia come albergo che per riunioni di fedeli ecco che la Chiesa viene esentata dall’Ici su quella struttura.

La questione però, in seguito a richiesta dei Radicali, è stata riaperta dalla Corte di Giustizia Europea di Lussemburgo: il commissario alla concorrenza Joaquin Alumnia ha ravvisato in questa interpretazione un aiuto di stato. Peraltro, da questa prospettiva, non si può non citare il dibattuto comma 4 dell’art 149 del Testo Unico delle imposte sui redditi, che stabilisce che la Chiesa non possa perdere la sua qualifica di ente non commerciale.

 

ESENZIONE ICI: QUANTO COSTA ALL’ITALIA

L’esenzione Ici è quella meno tollerata perché è evidente che l’ammanco per lo Stato è consistente. Ma di che cifra parliamo esattamente? Difficile quantificarlo con esattezza: Luca Antonini, presidente della Commissione tecnica sull’attuazione del federalismo fiscale, lo scorso anno parlava di 70-80 milioni di euro su un totale di 11 miliardi. Il che, tradotto in percentuale, vorrebbe dire lo 0,07.

Ma la situazione cambia con l’aliquota maggiorata IMU. Insomma sembra che si debba guardare a cifre più alte anche perché, quando nel 2005 si accennò per la prima volta alla possibilità di estendere l’esenzione Ici alle attività commerciali ecclesiastiche, l’Anci aveva calcolato una perdita per i comuni pari a circa 300 milioni di euro annui (esclusi i beni di altre confessioni religiose e delle Onlus laiche). Per avere un’idea più precisa pensiamo che per quanto riguarda gli immobili della Chiesa Cattolica su 100 mila, 9 mila circa sono scuole, 26 mila strutture ecclesiastiche e 5 mila organizzazioni sanitarie, e sono tutte attività a carattere commerciale.

Dunque parliamo di 40 mila edifici su 100.000.

Ma sono tutti esercizi commerciali?

In realtà no, perchè ad esempio delle 9 mila scuole e 5 mila organizzazioni sanitarie non tutte sono a pagamento, dunque non tutte sono realmente “esercizi commerciali”. Vi sono asili gestiti dalle suore dove si paga solamente il pasto, o ci sono ospedali presso i quali si paga solo il pronto soccorso dopo le 20 di sera e tutto il resto è mutuabile, e diverse altre situazioni ancora. Su questi edifici la Chiesa potrebbe avere una qualche ragione a volere mantenere una esenzione.

 

100 MILIONI DI EURO, ECCO LA CIFRA REALE SECONDO IL MINISTERO DELL’ECONOMIA

Il 30 dicembre è uscito il seguente documento:  http://www.tesoro.it/documenti/open.asp?idd=28892

Si tratta delle stime ufficiali del Gruppo di lavoro sull’erosione fiscale, guidato dal sottosegretario all’Economia Vieri Ceriani, sul costo in termini di mancati introiti delle agevolazioni fiscali a tutte le realtà laiche e religiose (comprese quelle della Chiesa) che operano senza fini di lucro per scopi di utilità sociale.

A quanto ammontano tali agevolazioni?

100 milioni di euro.

Dunque il Ministero dell’Economia dice 100 milioni, l’ANCI dice 300, altri ancora hanno sparato 500.

Se anche dovessimo pensare che la verità sta nel mezzo, la cifra reale sarebbe di 200 milioni di euro. Euro più euro meno.

Una cifra ben distante dalla possibilità che la manovra Monti da 25 miliardi si sarebbe potuta evitare se la Chiesa pagasse l’Imu, come invece hanno sostenuto alcuni.

Ciascuno di noi rifletterà se questa cifra è alta o bassa, ma abbiamo ritenuto doveroso dare il nostro contributo alla verità dei fatti.

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Argomenti: Tasse e Tributi