Fondi pensione massacrati dall’inflazione e previdenza complementare a rischio

Previdenza integrativa in pericolo. Il ritorno dell’inflazione rivaluta il Tfr lasciato in azienda del 9,6%, mentre i fondi pensione perdono miliardi sui mercati.

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Farsi una pensione integrativa attraverso l’adesione ai fondi pensione è quanto di più sbagliato un lavoratore possa fare. Perché si rischia il proprio denaro per uno scopo importante senza sapere esattamente in che mani va a finire. Un po’ come stare in equilibrio su una corda col rischio di cadere di sotto. Tenersi stretto il Tfr è, invece, la soluzione più saggia.

Lo dimostrano i dati. Il 2022 è stato un anno nero per i fondi pensione. Benché i numeri definiti non sono ancora disponibili, nei primi nove mesi dell’anno scorso le perdite dei fondi pensioni sono state preoccupanti. Il crash dei fondi britannici, abilmente contenuto dall’intervento della Banca d’Inghilterra e dalla censura mediatica non deve essere sottovalutato. Potrebbe accadere anche in Italia prima o poi.

Fondi pensione alle corde, cosa succede

Dopo anni di vacche grasse o meglio, di vacche ingrassate ad arte dalla finanza speculativa che ha causato il crac in Inghilterra, il ritorno dell’inflazione ha messo a nudo tutte le criticità della previdenza complementare attraverso i fondi pensione.

Cosa che ha riportato in auge il Tfr, la cui rivalutazione lo scorso mese di novembre è stata quantificata in +9,63%. Mentre i redimenti dei fondi pensione sono andati indietro della stessa misura, se non di più.

I numeri sono inquietanti e parlano chiaro. Da gennaio a settembre 2022, a fronte di una incremento dei lavoratori iscritti (+4,2%) esaltato dai media, i rendimenti sono crollati letteralmente (dati Covip). Ma di questo non se ne parla più. I fondi pensione negoziali hanno perso il 10,6%, quelli aperti il 12,2%. Mentre per i piani individuali pensionistici di ramo III le perdite sono state pari a -12,4%.

A conti fatti la perdita di patrimonio è stata di 10,9 miliardi di euro (5,1% del totale) bruciando in 9 mesi capitali che sono stati raccolti in 6 anni di attività. Quattrini che potranno essere recuperati solo dopo anni e anni con il continuo e massiccio incremento degli iscritti, mercati permettendo. Chi si è tenuto stretto il Tfr, invece, ora si frega le mani e canta vittoria.

La riscossa del Tfr

Oggi, quindi, si scopre che i soldi lasciati in azienda sono rimasti al sicuro, non hanno perso nulla. Anzi, sono tornati a battere i fondi pensione. E non di poco. Il ritorno dell’inflazione ha ridato valore al trattamento di fine rapporto che rappresenta sempre e comunque un porto sicuro per i lavoratori.

Tecnicamente il Tfr, per legge, si apprezza ogni anno del 1,5%, più uno scarto del 75% dell’indice di inflazione Istat. Così, da inizio 2022 l’impennata dell’inflazione ha rivalutato il Tfr mettendo a segno un rialzo stimato del 5,2% nei primi nove mesi dell’anno. In altre parole, i lavoratori che non hanno aderito ai fondi pensione si sono visti aumentare il tesoretto lasciato in azienda.

Soldi che, al momento del pensionamento, possono essere tranquillamente utilizzati per costituirsi una libera rendita supplementare investendo in Btp. E disponendo sempre e comunque del proprio patrimonio accumulato che, viceversa, coi fondi pensione verrebbe perso una volta trasformato in rendita.

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