Farsi licenziare per prendere la disoccupazione: ecco chi lo fa e cosa rischia

Farsi licenziare per ottenere la Naspi: ecco perché molti lo fanno e a cosa potrebbe portare questa abitudine

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Farsi licenziare per ottenere la Naspi: ecco perché molti lo fanno e a cosa potrebbe portare questa abitudine

Farsi licenziare per prendere la disoccupazione. Per alcuni può sembrare un espediente assurdo eppure non è una pratica tanto rara come si potrebbe pensare. Stando ad una recente analisi della Cgia di Mestre infatti non sono poi pochi i lavoratori che, per ottenere il sussidio Naspi, fanno in modo di farsi licenziare. E il fenomeno potrebbe proseguire in futuro anche con la pensione anticipata (APE Social e quota 41).

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La riflessione della Cgia di Mestre parte dal dato relativo al numero di licenziamenti per giusta causa o giustificato motivo registrati nell’ultimo anno nel comparto privato: la crescita percentuale è del 26,5%, un po’ troppo per non sembrare sospetta. Niente che si possa affermare con certezza vero ma il dubbio è quantomeno lecito (anche perché le altre forme di licenziamento non fanno riscontrare lo stesso ritmo di crescita).

A chi conviene farsi licenziare per prendere il sussidio di disoccupazione? Di certo non alle aziende che hanno subito dei danni per questa pratica visto che, secondo quanto previsto dalle regole Naspi, è il datore di lavoro a dover versare per un periodo che può arrivare a 4 anni, una somma pari al 41% del massimale mensile Naspi per ogni dodici mesi di anzianità aziendale maturata nell’ultimo triennio. Insomma una sorta di “tassa sul licenziamento” per compensare il fatto che il lavoratore resti a casa (con conseguenti costi sociali). Ma se è quest’ultimo, subdolamente, a costringere il datore di lavoro a licenziarlo? Pensiamo a chi mette in pratica volontariamente comportamenti che danneggiano la produttività o l’ambiente di lavoro e che violano la regole interne all’azienda o creano tensioni tra i colleghi etc. Piuttosto che dare le dimissioni si attende di essere licenziati. E’ una pratica che riguarda soprattutto giovani under 35 single (senza famiglia o figli a carico) e che quindi possono “permettersi” di avere meno entrate a fronte di un periodo di “riposo forzato”.

Con l’Ape Social anche lavoratori a fine carriera potrebbero sviluppare questa abitudine.

A confermare i sospetti della Cgia anche il contestuale crollo delle dimissioni volontarie scese del 13,5% tra il 2015 e il 2016.

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