Conviene smettere di lavorare? Confronto tra aumento pensioni e stipendi

Le pensioni salgono più velocemente degli stipendi ma non per tutti o non ovunque: conviene smettere di lavorare?

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Le pensioni salgono più velocemente degli stipendi ma non per tutti o non ovunque: conviene smettere di lavorare?

Quasi tutti hanno fretta di smettere di lavorare ma conviene veramente? In effetti la vita da pensionato non è così male come sembrerebbe. Sarebbe questa la conclusione mettendo a confronto il trend di aumento stipendio con crescita pensioni. Partiamo da un’analisi dei dati Istat.

Le pensioni aumentano più degli stipendi: conviene smettere di lavorare prima?

Il report statistico mostra che “nel 2018, i pensionati sono circa 16 milioni, per un numero complessivo di trattamenti pensionistici erogati pari a poco meno di 23 milioni. La spesa totale pensionistica (inclusa la componente assistenziale) nello stesso anno raggiunge i 293 miliardi di euro (+2,2% su variazione annuale)”.

A conti fatti in quasi venti anni (dal 2000 al 2018) gli stipendi medi sono cresciuti ad un ritmo di circa la metà rispetto alle pensioni.  7,4 milioni di famiglie si mantengono grazie alla pensione dei componenti più anziani come fonte di entrata primaria: “la presenza di un pensionato all’interno di nuclei familiari ‘vulnerabili’ (genitori soli o famiglie in altra tipologia) consente quasi di dimezzare l’esposizione al rischio di povertà” (dati 2017). “Rispetto al 2000 le retribuzioni sono aumentate molto meno delle pensioni in un contesto di crisi economica che si è associata anche a provvedimenti di blocco dei rinnovi contrattuali nel settore pubblico favorendo così l’allargamento del gap tra le due curve”. Il gap tra la pensione nel 2018 e quella del 2000 c’è un divario medio del 70% mentre l’aumento degli stipendi si ferma al 35%.

La pensione del nonno contribuisce più dello stipendio del padre

Questa è la stortura che emerge in molti nuclei familiari: troppe famiglie contano per il sostentamento più sulle pensioni che sugli stipendi: “per quasi 7 milioni e 400 mila famiglie con pensionati i trasferimenti pensionistici rappresentano più dei tre quarti del reddito familiare disponibile e nel 21,9% dei casi le prestazioni ai pensionati sono l’unica fonte monetaria di reddito (oltre 2 milioni e 600mila di famiglie)”.

C’è anche l’altra faccia della medaglia: l’Istat registra anche che “il 36,3% dei pensionati riceve ogni mese meno di 1.000 euro lordi, il 12,2% non supera i 500 euro”. Ma “un pensionato su quattro (24,7%) si colloca, invece, nella fascia di reddito superiore ai 2.000 euro“.

Innegabile quindi l’ampia la disuguaglianza di reddito tra i pensionati: al quinto con redditi pensionistici più alti va il 42,4% della spesa complessiva”. È un argomento a quanto pare caro anche al Presidente dell’Inps Pasquale Tridico che è tornato a proporre l’idea di un fondo a favore di donne e  giovani precari con carriere discontinue con l’obiettivo di aumentare le pensioni future.

Altro elemento di disuguaglianza è quello geografico. Più del 50% della spesa complessiva viene erogata a favore di pensionati al Nord.

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