Bonus matrimonio: dovrà includere i riti civili?

Il bonus matrimonio, così come proposto nel disegno di legge a firma Lega, prevede alcuni requisiti sia per i richiedenti che per il tipo di rito. E' incostituzionale?

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Il bonus matrimonio, così come proposto nel disegno di legge a firma Lega, prevede alcuni requisiti sia per i richiedenti che per il tipo di rito. E' incostituzionale?

E’ ancora in fase di discussione alla Camera ma il disegno di legge firmato Lega che propone il Bonus matrimonio sta già facendo discutere. Ricordiamo di che cosa si tratta, che cosa prevede e in che modo potrebbe essere modificato.

Bonus Matrimonio: per quali spese vale la detrazione fiscale del 20% e requisiti per ottenerlo

Il bonus matrimonio, così come proposto nel disegno di legge a firma Lega, prevede alcuni requisiti sia per i richiedenti che per il tipo di rito.

Il testo prevede che possano richiedere il bonus matrimonio giovani under 35 anni (italiani da almeno 10) e con un Isee complessivo inferiore a 23 mila euro, ovvero 11.500 euro a persona. La detrazione del 20% viene riconosciuta su spese per il matrimonio, sia per la cerimonia che per i festeggiamenti. Vi rientrano, quindi, fino ad un massimo di 20 mila euro in cinque anni, il costo dei fiori e degli addobbi in genere, del parrucchiere e truccatore, del rinfresco, delle bomboniere, del fotografo etc. Tutte voci di spesa che, chi si è sposato o sta organizzando un matrimonio, conosce bene. Ma attenzione, perché qui sorgono i problemi, potrà fare domanda solo chi si sposa con rito religioso.

Gli obiettivi dichiarati dal disegno di legge sul bonus matrimonio sono infatti due: da un lato abbassare l’età media di chi contrae il matrimonio (sono sempre meno i giovani che fanno questo passo) e dall’altro aumentare il numero dei matrimoni in chiesa. Quest’ultima previsione però rischia di rendere il bonus incostituzionale.

E’ vero che oggi ci si sposa sempre più tardi (l’età media è di 34,9 anni per gli uomini e 29,4 anni per le donne) e che molte coppie (49,6%) scelgono il rito civile. Ma non si può dare per scontato che queste ultime lo facciano per una questione economica, ovvero perché il matrimonio in chiesa costa di più. Molto spesso è una scelta consapevole.

Limitare il bonus matrimonio al rito religioso è contrario all’articolo 3 della Costituzione secondo cui «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» ma anche alla sentenza del 1989 con cui la Corte Costituzionale sulla laicità e alla revisione 1984 dei Patti Lateranensi che ha disconosciuto quella cattolica come religione di Stato.

Peraltro, giova ricordarlo, è il rito civile ad avere valore giuridico per lo Stato.

Legare il bonus fiscale ad una istituzione diversa dallo Stato, in questo caso la Chiesa, aprirebbe infine la strada ad alcuni problemi di gestione soprattutto nel caso di annullamento del vincolo matrimoniale o scioglimento.

E se invece si investisse sul lavoro dando ai giovani la possibilità di avere i soldi per sposarsi (in Chiesa o al Comune)?

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