Bonus impatriati con o senza iscrizione all’Aire: chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate

Bonus impatriati: tre chiarimenti dell'Agenzia delle Entrate su iscrizione all'Aire, residenza laureati e lavoro docenti.

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Bonus impatriati: tre chiarimenti dell'Agenzia delle Entrate su iscrizione all'Aire, residenza laureati e lavoro docenti.

Con tre risposte ad altrettanti interpelli, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito i requisiti di accesso al bonus impatriati con o senza iscrizione all’Aire e le regole per laureati, ricercatori e docenti. Vediamo quali sono state le spiegazioni dell’Ente e che valore generale hanno.

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L’AE Risp.

28 giugno 2019, n. 216 ha fatto seguito alla domanda di un cittadino trasferitosi in Inghilterra, dove era stato assunto da una società, vivendo da residente per i periodi di imposta 2014-2018. L’effettiva registrazione all’AIRE era però stata perfezionata solamente nel mese di ottobre 2015 (a causa di un ritardo dovuto all’invio della richiesta di iscrizione, a dicembre 2014, ad un ufficio non competente). L’istante interrogava l’Agenzia circa la possibilità di accedere al regime agevolato per i lavoratori impatriati, pur non potendo, per il motivo appena esposto, la prova dei cinque interi periodi di imposta di residenza all’estero. L’Agenzia, richiamando la ratio della norma che è quella di dare la possibilità di comprovare il periodo di residenza all’estero anche ai soggetti che non risultano iscritti all’AIRE, ha fatto riferimento alle regole fissate dalle Convenzioni.

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L’interpello n.217, in risposta all’istanza di una lavoratrice iscritta all’Aire e con maturazione nel 2020 del requisito di due anni minimi di residenza all’estero, ha ribadito che per chi consegue un titolo di laurea o una specializzazione post lauream all’estero, il requisito minimo di residenza è fissato a due periodi di imposta.

Infine, l’interpello 220 affronta il caso dei docenti. L’istante, nato in Norvegia, si era trasferito per un periodo in Italia dove aveva lavorato presso un’università. Tornato in Norvegia starebbe valutando la possibilità di trasferirsi nuovamente nel nostro Paese, qualora si concretizzasse la possibilità di essere assunto presso un ateneo. Attenzione perché, pur volendo favorire il rientro di  docenti e ricercatori dall’estero che vengano a svolgere l’attività in Italia, la normativa prevede che il richiedente debba aver svolto tale qualificata attività all’estero per un periodo minimo di due anni accademici consecutivi e senza interruzioni (anche se non necessariamente nei due anni che precedono immediatamente il rientro).

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