Bollo su deposito titoli 2019: in arrivo la patrimoniale di fine anno

Chi detiene strumenti finanziari, azioni, obbligazioni, fondi, Etf, ecc. dovrà versare al fisco lo 0,2% del valore complessivo. Una mazzata che si somma all’IMU appena pagata a dicembre.

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Chi detiene strumenti finanziari, azioni, obbligazioni, fondi, Etf, ecc. dovrà versare al fisco lo 0,2% del valore complessivo. Una mazzata che si somma all’IMU appena pagata a dicembre.

Scavallata la patrimoniale sulla casa con il pagamento del saldo IMU e Tasi il 16 dicembre scorso, è in arrivo ora la stangata sui depositi bancari. La così detta imposta di bollo sul deposito titoli. Si tratta di un vero e proprio salasso che colpisce i risparmi e vale lo 0,20% del valore patrimoniale finanziario complessivo di ciascun soggetto.

Per chi detenesse 100.000 euro investiti in Btp, a titolo di esempio, dovrà quindi dare allo Stato 200 euro a fine anno. Già, perché l’imposta viene calcolata sulle giacenze del deposito titoli al 31 dicembre e viene prelevata automaticamente dalla banca o intermediario finanziario agendo da sostituto d’imposta che poi la girerà al fisco.

Imposta di bollo su deposito titoli

L’imposta di bollo sul deposito titoli, introdotta nel 2012 col decreto “Salva Italia” colpisce tutti gli strumenti finanziari (azioni, obbligazioni, fondi comuni, certificati di deposito, ETF, ecc.) custoditi dagli intermediari finanziari per conto dei loro clienti. Si paga annualmente fotografando le consistenze sul dossier titoli al 31 dicembre di ogni anno, ma molte banche la ripartiscono trimestralmente. Questo per impedire che i risparmiatori ben informati, vendano gli strumenti finanziari prima della scadenza prestabilita azzerando quindi il deposito titoli per evitare di subire il salasso. Escamotage che non sempre funziona visti i costi e le commissioni di compra vendita degli strumenti finanziari a mercato che annullerebbero gli effetti del risparmio fiscale.

Quanto e come si paga?

L’imposta di bollo sul depositi titoli, come detto, vale oggi lo 0,20% del valore totale degli strumenti finanziari posseduti. Ma inizialmente era stata introdotta dal governo Monti con una percentuale allo 0,10%, poi aumentata col tempo fino all’attuale aliquota. Il calcolo viene fatto sommando i valori degli strumenti finanziari detenuti dal risparmiatore alla data del 31 dicembre di ogni anno per cui fa fede l’estratto conto depositi titoli redatto e inviato al risparmiatore come base imponibile su cui applicare l’imposta.

Tale imposta viene quindi pagata sulla scorta dell’invio della comunicazione che per molti intermediari finanziari avviene con cadenza trimestrale o semestrale. Per cui l’imposta dello 0,20% annuo viene frazionata proporzionalmente in base ai valori finanziari detenuti nel momento in cui la banca o l’intermediario comunicano l’estratto conto depositi titoli. Alcune banche restano, però, ancora ferme all’invio dell’estratto conto una volta all’anno.

“L’estratto conto o il rendiconto si considerano in ogni caso inviati almeno una volta nel corso dell’anno anche quando non sussiste un obbligo di invio o di redazione. Se gli estratti conto sono inviati periodicamente nel corso dell’anno, l’imposta di bollo dovuta è rapportata al periodo rendicontato.

 Quando non si paga l’imposta di bollo

 L’imposta di bollo sul deposito titoli non è dovuta quando il valore medio di giacenza annuo risultante dagli estratti e dai libretti è complessivamente non superiore a 5.000 euro. Pertanto può succedere che un investitore attento provveda svuotare il deposito titoli poco prima della redazione dell’estratto conto in maniera tale che la valorizzazione del proprio portafoglio sia pari a zero per poi riacquistare gli strumenti finanziari subito dopo. Un espediente che è spesso di difficile attuazione poiché sulla compravendita dei titoli vengono applicate delle commissioni il cui costo potrebbe vanificare il risparmio sul pagamento dell’imposta di bollo. A maggior ragione se questa imposta viene applicata con cedenza trimestrale.

Una tassa iniqua e sbagliata

La patrimoniale sugli strumenti finanziari, oltre che porsi in contrasto con i principi costituzionali che tutelano il risparmio in ogni sua forma (art. 47 Cost.), appare iniqua e sbagliata. Molti economisti l’hanno criticata, ma non essendo ben visibile come lo è, ad esempio, l’IMU o il bollo auto, non fa notizia e le proteste trovano scarso accoglimento negli ambienti parlamentari.

Anche perché l’imposta di bollo sul possesso degli strumenti finanziari si inserisce in un contesto già pesantemente oppresso dal fisco, laddove esiste già un prelievo del 26% sulle rendite finanziarie e imposte sulla tenuta del conto corrente, per non parlare dalla Tobin Tax. Insomma, il clima è vessatorio e controproducente per attrarre investimenti. Sarebbe stato più giusto introdurla per scaglioni introducendo altresì una franchigia per i piccoli risparmiatori.

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