Baby pensioni, la grande abbuffata che ci costa 7 miliardi all’anno

Il debito delle baby pensioni ci costa 7 miliardi all’anno. Come si concepì 50 anni fa il disastro sociale e previdenziale che ancora oggi siamo costretti a pagare.

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Il debito delle baby pensioni ci costa 7 miliardi all’anno. Come si concepì 50 anni fa il disastro sociale e previdenziale che ancora oggi siamo costretti a pagare.

Le baby pensioni, quelle liquidate fino alla prima metà degli anni ’90, ci costano ancora oggi 7 miliardi all’anno. Un macigno che pesa sui conti dello Stato e non permette al governo una libera e profonda riforma del sistema pensionistico.

Introdotte nel 1973 dal governo Rumor, le baby pensioni hanno subito ritocchi legislativi fino al 1992 (governo Amato) per poi essere definitivamente abolite con la riforma Dini nel 1995. Ai tempi di Craxi si andava in pensione con 19 anni, 6 mesi e 1 giorni di lavoro, ma all’inizio, negli anni ’70, anche con soli 9 anni, 6 mesi e 1 giorno. Robe da non credere se si pensa che oggi, con le regole della Fornero, si va in pensione a 67 anni o con almeno 42 anni e 10 mesi di contributi versati (uno in meno per le donne).

Negli anni ‘70-’80, quindi, fu concepito un vero e proprio sistema di regalie di denaro pubblico, sull’onda della veloce crescita del benessere in Italia, della crescita demografica e dell’espansione economica. La classe politica, instabile e poco lungimirante, d’altro canto, per conservare il consenso popolare prometteva pensioni in cambio di voti. Il risultato fu che il debito pubblico passò dal 40% al 125% del Pil nel giro di 25 anni. Fino a quando non intervenne il governo Dini nel 1995 a fermare tutto per evitare la bancarotta del Paese.

Baby pensioni, la grande abbuffata

Ciò premesso, ancora oggi paghiamo per gli errori del passato un prezzo molto alto. Sono infatti 562.000 le baby pensioni ancora attive, secondo uno studio della CGIA di Mestre. Di queste, oltre 386 mila sono costituite in massima parte da invalidi o ex dipendenti delle grandi aziende. Se i primi hanno beneficiato di una legislazione che definiva i requisiti in misura molto permissiva, i secondi, a seguito della ristrutturazione industriale avviata nella seconda metà degli anni ’70, hanno usufruito di trattamenti in uscita dal mercato del lavoro molto generosi.

Poi ci sono 104 mila ex lavoratori autonomi e circa 40 mila ex dipendenti pubblici per i quali il trattamento è stato ancora più vantaggioso. In tutto costano allo Stato 7 miliardi di euro all’anno.

Il buco delle baby pensioni

Il sistema di calcolo della pensione baby a quei tempi avveniva esclusivamente col sistema retributivo (poi riformato nel 1995 dal governo Dini). Sicché il gravame non sta tanto nel pensionamento anticipato, quanto nel calcolo dell’assegno che non trova che una minima rispondenza rispetto al monte contributivo versato. Solo un terzo dei versamenti nelle casse previdenziali poteva giustificare l’importo della pensione liquidato con 20 anni di lavoro in relazione alle aspettative di vita. Il resto lo doveva mettere lo Stato. Assegni di pensione, quindi, liquidati anzitempo con un sistema iniquo che ha portato il sistema pensionistico fuori equilibrio e che ancor oggi dobbiamo mantenere con aggiustamenti contributivi e fiscali.

Riformare le baby pensioni?

La riforma delle pensioni in cantiere al ministero del Lavoro dovrebbe prendere in considerazione anche queste ingiustizie. I lavoratori attivi e i contribuenti, in sostanza, provvedono oggi a “coprire” con i loro versamenti e le imposte i due terzi circa del costo di quei pensionamenti precoci. Lavoratori che, a loro volta, non godranno di un trattamento pensionistico altrettanto generoso. Anzi sarà estremamente penalizzante. Ma – come sostengono gli esperti previdenziali – le baby pensioni non saranno toccate dal governo Conte.

I baby pensionati, infatti, lasciarono il lavoro a quel tempo in forza di una legge vigente, ma non sarebbe legittimo privarli del diritto all’assegno o ricalcolarne completamente l’importo in base ai contributi effettivamente versati. Né potrebbero tornare a lavorare alla veneranda età di 80 anni, magari ricoprendo ruoli o posti che non esistono più.

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