Baby pensioni, un fenomeno (costoso): potrebbe ripetersi?

Baby pensioni, quanto ci costano ancora oggi? Si rischia di tornare al vecchio sistema? Perché non ce lo possiamo permettere.

di , pubblicato il
Quando può andare in pensione chi è nato nel 1964?

Ciclicamente, tutti gli anni, si torna a parlare di riforma pensioni e di rinnovamento del sistema previdenziale italiano. Nemmeno la pandemia e la crisi con cui il governo italiano si è trovato a fare i conti nell’ultimo anno è mezzo ha fermato questa corsa al cambiamento. Al contrario, l’Ue promette aiuti e finanziamenti per la ripresa post Covid, da Bruxelles continuano ad arrivare richieste che riguardano anche il miglioramento del nostro sistema pensionistico. Quello che l’Europa vuole è la promessa di una migliore spesa da parte dell’Esecutivo, che si dovrà impegnare a ottimizzare le risorse a disposizione e valorizzare quelle in arrivo dopo gli impegni presi con gli altri Stati alleati.

L’obiettivo, come è stato più volte spiegato, è quello di evitare di puntare tutto su interventi poco adeguati o efficienti. In fondo, a pensarci bene, le raccomandazioni forse non sono mai abbastanza. Siamo sempre lo stato in cui è esistito, fino a poco più di 30 anni fa, il fenomeno delle cd. “baby pensioni”. Esagerate o meno le precazioni, frutto spesso di un compromesso politico, vale la pena oggi interrogarsi sulla questione. La domanda quindi sorge spontanea: una situazione del genere, potrebbe, di fatto, ripetersi?

Baby pensioni, quanto ci costano ancora oggi

Per spiegare il fenomeno delle cd. “baby pensioni”, partendo dalle origini, non bisogna andare troppo lontano. Era il 1972 quando il Governo guidato dal presidente del Consiglio Mariano Rumor, Democrazia Cristiana, introdusse – per la prima volta – il sistema retributivo di pensionamento con meno di 20 anni di contributi.

Erano gli anni del boom economico, l’Italia era in pieno rinnovamento e la politica varava una riforma cui effetti – di fatto – non erano stati valutati nel lungo termine.

Basta pensare che, ancora oggi, sostenere questo sistema ci costa e costa allo stato circa 7 miliardi di euro l’anno. Dagli anni ’70 fino al 1992, anno in cui il sistema venne abolito, andarono in pensione 424.802 persone. Erano per lo più dipendenti pubblici che, nella maggior parte dei casi, non superavano i 40 anni di età. Bastavano 15 anni di contributi versati per ritirarsi dal lavoro e ricevere l’assegno pensionistico.

Nel 1992, una nuova riforma innalza l’età pensionabile da 55 a 60 anni per le donne e da 60 a 65 per gli uomini. Aumentando anche gli anni minimi di contribuzione, passando da 15 a 20, ma bisogna aspettare la legge Dini del 1996 per il superamento del sistema retributivo.

Dal Sistema retributivo al sistema contributivo, come sono cambiate le pensioni

Cosa cambia, di fatto, con l’introduzione e il passaggio definitivo al sistema contributivo?

Con il sistema contributivo l’importo della pensione viene determinato dalla somma dei contributi accumulati e rivalutati durante la vita lavorativa. Questa somma viene poi convertita in pensione utilizzando coefficienti di trasformazione che variano in relazione all’età del lavoratore al momento del pensionamento. Più elevata è l’età, più alta sarà la pensione. Nel 2011 il sistema contributivo viene esteso a tutti i lavoratori. Prima però, come già accennato sopra, il calcolo della pensione avveniva tramite metodo retributivo.

Ancora oggi, infatti, il sistema retributivo si applica a coloro che possono far valere un’anzianità contributiva ed assicurativa, al 31 dicembre 1995, pari o superiore a 18 anni. Si basa sulle retribuzioni percepite durante la vita assicurativa.

A partire dal 1993, la pensione calcolata con il sistema retributivo è composta di due quote:

  • la quota A, relativa all’anzianità contributiva maturata sino al 31.12.1992;
  • la quota B, relativa all’anzianità contributiva maturata dall’1.1.1993 in poi.

Per il calcolo della quota A la retribuzione giornaliera pensionabile viene ricavata dalla media delle migliori 540 retribuzioni giornaliere, fra tutte quelle versate ed accreditate nell’arco dell’intera vita lavorativa. Le retribuzioni, per il periodo intercorrente tra il 1° gennaio 1957 ed il 1° gennaio del quinto anno anteriore a quello di decorrenza della pensione, sono rivalutate sulla base della variazione media annua dell’indice ISTAT del costo della vita.

Per il calcolo della quota B, la retribuzione giornaliera pensionabile viene ricavata dalla media di un determinato numero di migliori retribuzioni ovvero di ultime retribuzioni a seconda che il lavoratore appartenga al raggruppamento A, B o C. Le retribuzioni sono rivalutate secondo lo stesso criterio utilizzato per la quota A.

Baby pensioni, si rischia di tornare al vecchio sistema?

Le regole e i meccanismi a cui si rifà il sistema pensionistico italiano oggi, anche se spesso oggetto di revisione, difficilmente permetterebbero un ritorno a vecchi regimi. Alle baby pensioni, quindi, difficilmente ritorneremo. Prima di tutto perché il sistema previdenziale italiano è già abbastanza oneroso così com’è. Inoltre, stiamo sempre di più assistendo ad una tendenza che – di fatto – rimanda negli anni il momento di uscita dal lavoro. Basta fare un paragone tra presente e passato: gli anni di contribuzione così come quelli di anzianità, infatti, sono aumentati e continuano ad aumentare.

Sono diverse oggi le modalità di uscita dal lavoro che permettono di andare in pensione. Tutte, però, possono essere ricondotte a due grandi macro categorie:

  • pensione di vecchiaia;
  • pensione anticipata.

Nel primo caso, i requisiti di accesso sono:

  • cessazione di qualsiasi rapporto di lavoro dipendente;
  • raggiungimento età pensionabile (67 anni dal 2019 al 2022, ma che aumenterà progressivamente se aumenta la speranza di vita);
  • anzianità contributiva di almeno 20 anni.

Per le modalità di pensionamento anticipato, invece, valgono regole e condizioni diverse a seconda del tipo di trattamento a cui si accede. Le regole per andare in pensione con Opzione Donna, per esempio, sono diverse da quelle previste dall’APE Social.

Anche considerando le misure di pensionamento anticipato, comunque, il rischio delle baby pensioni è scongiurato attualmente. I motivi sono due: non ce lo possiamo permettere e il legislatore, come abbiamo visto, ha già intrapreso da tempo una strada diversa.

Argomenti: ,