Assegnazione beni ai soci di società: la normativa

Prima parte della mini guida dedicata all'assegnazione dei beni ai soci di società. Obiettivi del legislatore

di Roberto Franchini, pubblicato il
Prima parte della mini guida dedicata all'assegnazione dei beni ai soci di società. Obiettivi del legislatore

All’assegnazione di beni immobili ai soci da parte di una società trova applicazione l’articolo 86 del Tuir. Di conseguenza, l’eventuale plusvalenza assume rilevanza reddituale e in assenza di un corrispettivo in denaro o in natura corrisposto dal socio deve essere determinata per differenza tra il valore normale del bene assegnato e il suo ultimo costo fiscalmente riconosciuto.

Con la manovra di ferragosto (Art. 2, D.L. n. 138, del 13/08/2011, conv. con modificazioni dalla L. n. 148 del 14/9/2011) sono state introdotte nuove misure per contrastare il fenomeno dell’intestazione fittizia in capo alla società o all’impresa individuale di beni utilizzati, a titolo personale, dai soci o dai familiari dell’imprenditore.

Le finalità delle norme introdotte dalla legge di conversione del Dl 138/2011 sono abbastanza chiare: contrastare il fenomeno della concessione in godimento di beni a soci e familiari per un corrispettivo “non congruo”.

 

OBIETTIVO DELLA LEGGE: INTESTAZIONE DI BENI ALL’EFFETTIVO UTILIZZATORE

Infatti il Legislatore vuole perseguire l’intento di riportare l’intestazione dei beni all’effettivo utilizzatore (socio o familiare dell’imprenditore), scoraggiando l’occultamento anche attraverso lo schermo societario di beni che di fatto vengono posti nella disponibilità dei soci o dei familiari dell’imprenditore, che ne traggono immediata utilità.

La nuova normativa prevede che:

• la differenza tra il valore di mercato ed il corrispettivo annuo per la concessione in godimento del bene dell’impresa al socio o familiare dell’imprenditore, concorre, come reddito al reddito complessivo del socio o familiare;

• i costi relativi ai beni dell’impresa concessi in godimento ai soci o familiari dell’imprenditore per un corrispettivo annuo inferiore al valore di mercato del diritto di godimento non sono in ogni caso ammessi in deduzione dal reddito imponibile dell’impresa.

 

OBBLIGO COMUNICAZIONE BENI CONCESSI IN GODIMENTO

Inoltre, al fine di consentire e garantire l’attività di controllo da parte dell’Agenzia delle entrate, è previsto l’obbligo di comunicare all’amministrazione finanziaria i dati relativi ai beni concessi in godimento. In questo modo l’Amministrazione finanziaria, oltre a “tracciare” le situazioni dove sia ravvisabile una potenziale intestazione fittizia in capo all’impresa di beni utilizzati a titolo personale dai soci o familiari dell’imprenditore, sarà in grado di acquisire nuove informazioni utili per l’accertamento sintetico delle persone fisiche. Infatti, questi dati, sommati a quelli già in possesso dell’Agenzia delle entrate, concorreranno a determinare la capacità di spesa e, di conseguenza, di reddito dei contribuenti che saranno chiamati a confrontarsi col nuovo “redditometro”.

 

I commi da 36-terdecies al 36-duodevicies dell’art. 2 del decreto legge 13 agosto 2011, n. 138 (c.d. “Manovra bis 2011”), introdotti in sede di conversione, sono finalizzati a contrastare il fenomeno della concessione in godimento dei beni dell’impresa a soci o familiari dell’imprenditore. Tale obiettivo potrà essere perseguito attraverso uno schema normativo che si articola su due fronti:

• da un lato, viene attratta a tassazione, in capo al soggetto che detiene in godimento i beni intestati all’impresa, la differenza tra il valore di mercato ed il corrispettivo annuo per la concessione in godimento del bene (nuova lettera “h-ter inserita in calce all’art. 67, comma 1, del Tuir)”;

• dall’altro, negando la deducibilità dei costi relativi ai beni dell’impresa concessi in godimento a soci o familiari dell’imprenditore per un corrispettivo annuo inferiore al valore di mercato del diritto di godimento.

La norma non individua quali siano i beni il cui utilizzo da parti dei soci o familiari faccia scattare il presupposto impositivo dell’articolo 67, comma 1, lettera h-te, ma rinvia a un provvedimento del direttore dell’agenzia delle Entrate l’obbligo di comunicare i dati relativi ai beni concessi in godimento. Il provvedimento individuerà le categorie di beni interessati dalla normativa in questione.

In altre parole, ipotizzando che una società o un’impresa individuale possieda un determinato bene, ad esempio un capannone, e che lo stesso viene assegnato in uso ad un socio o ad un familiare dell’imprenditore, la nuova disposizione richiede che, a fronte di tale utilizzo, la società riceva un determinato corrispettivo e che tale corrispettivo sia non inferiore al valore di mercato. In caso contrario, in capo al socio o familiare si configura un reddito diverso (ex art. 67, co. 1, lett. h-ter, del Tuir) e, in capo all’impresa, un costo indeducibile (ex art. 2, co. 36-quaterdecies, D.L. n.138/2011), posto che tale costo non sia già stato considerato indeducibile per carenza del requisito dell’inerenza. Dal punto di vista sistematico, la questione viene affrontata da tre diversi punti di vista:

• prevedendo una nuova ipotesi di tassazione (comma 36-terdecies);

• stabilendo l’indeducibilità dei costi per il concedente (comma 36-quaterdecies);

• individuando un differenziale tassato in capo all’utilizzatore (comma 36-quinquiesdecies).

E’ opportuno precisare che la nuova normativa decide che “un’ipotesi diversa dalle fattispecie dell’autoconsumo familiare, dell’assegnazione dei beni a soci, nonché della destinazione degli stessi a finalità estranee all’esercizio dell’impresa, per le quali restano applicabili le vigenti disposizioni fiscali”.

Infatti, le nuove disposizioni disciplinano ipotesi in cui i beni non fuoriescono dal regime di impresa, tuttavia vengono concessi in godimento a soci o familiari a condizioni diverse da quelle che caratterizzano il mercato, quindi senza corrispettivo ovvero con un corrispettivo inferiore a quello che sarebbe ritraibile secondo una libera contrattazione tra parti contrapposte e consapevoli.

Praticamente il fine è quello di dissuadere l’impresa dal concedere in utilizzo i propri beni a soci o familiari dell’imprenditore ad un corrispettivo annuo inferiore al valore di mercato del diritto di godimento degli stessi, pertanto viene introdotto, come deterrente, in modo da sfavorire tale pratica, l’indeducibilità del costo relativo ai medesimi beni. Così, ad esempio, risulteranno indeducibili le quote di ammortamento, i canoni di locazione, anche finanziaria, le spese di manutenzione, le tasse di possesso e tutte le altre spese relative ai beni concessi in godimento. In questo modo, si è introdotta una presunzione ex lege di non inerenza del bene concesso in godimento al socio o familiare dell’imprenditore che stigmatizza e “certifica” l’assenza del requisito dell’inerenza e, quindi, l’indeducibilità dei costi relativi al bene.

L’assegnazione dei beni costituisce, insieme all’attribuzione di denaro, lo strumento attraverso il quale la società effettua la distribuzione di utili o la restituzione di capitale. Si precisa che la predetta operazione deve essere effettuata nel rispetto della par condicio tra i soci, nel senso che i beni facenti parte del patrimonio aziendale devono essere assegnati a tutti i soci, nel rispetto delle quote di partecipazione al capitale da ciascuno di essi posseduto. Si rileva che non costituisce causa ostativa l’attribuzione di beni agevolabili solo a taluni soci anziché alla generalità di essi; pertanto, sarà possibile assegnare a taluni soci beni agevolabili e, agli altri, beni non agevolabili.

 

LE ALTRE PARTI DELLA MINI GUIDA DEDICATA ALL’ASSEGNAZIONE DI BENI AI SOCI:

Utilizzo di beni da parte di soci o familiari

Assegnazione beni ai soci di società: comunicazione e sanzioni

 

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Argomenti: Aziende e Società