Aprire una startup in Italia: se Facebook fosse stata Faccia libro avrebbe avuto successo?

Aprire una startup in Italia tra burocrazia e mancanza di investimenti: se Facebook fosse stato Faccialibro che fine avrebbe fatto questa idea geniale?

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Aprire una startup in Italia tra burocrazia e mancanza di investimenti: se Facebook fosse stato Faccialibro che fine avrebbe fatto questa idea geniale?

Aprire una startup in Italia è un percorso ad ostacoli contro cui si infrangono i sogni di molti giovani e anche qualche idea brillante. Mancano gli investimenti perché manca, in fondo, la volontà di crederci e di investire nei giovani. E se da un lato ci sono tante startup che falliscono perché non hanno potenziale, dall’altra si sprecano idee innovative e progetti potenzialmente validi che, probabilmente e tristemente, all’estero avrebbero avuto una sorte diversa.

Aprire una startup in Italia non conviene: anche le idee si trasferiscono all’estero

Partiamo dai numeri che fotografano un quadro attuale delle startup in Italia tutt’altro che incoraggiante. Su 100 start up che nascono solo tre in media riescono ad accedere al terzo step dei finanziamenti superiore ai cinque milioni di euro. Basta fare un confronto con le startup all’estero per rendersi conto di quanto l’Italia sia indietro su questo fronte: in Germania le operazioni superiori ai 5 milioni di euro sono 66 su 100.
Il commento di Andrea Colombo, fondatore del venture capital U-Start, è lapidario: “il messaggio che si manda al mercato è che per avere successo bisogna andare all’estero”.

Investire in una startup è rischioso?

Elserino Piol, il padre del venture capital italiano, sul blog del fondo P101, spiega il paradosso del venture capital in Italia: “Il punto è che il venture capital nasce per finanziare le imprese innovative che presentano un alto rischio di insuccesso – proprio perché vanno sostenute nella fase di lancio – a fronte di rendimenti potenzialmente enormi. Nella teoria servirebbe a innescare un circolo virtuoso sostenendo la crescita dell’economia in un segmento dove il pubblico e il mercato dei capitali non possono intervenire, nella pratica, però, il modello di successo che in America ha creato posti di lavoro e distretti industriali non riesce a essere replicato nel nostro Paese. Per il momento gli unici reali passi avanti dell’Italia riguardano le nuove imprese innovative. Se prima gli incentivi erano fermi a zero, tenendo alla larga cervelli e investitori, qualcosa ora inizia a muoversi, ma la strada resta lunga”. E ad oggi non stupisce che chi vuole aprire una startup guardi a piazze più allettanti, Parigi, Londra e Berlino in primis.

Se Facebook fosse stato Faccialibro …

Insomma, come dire che un eventuale Faccialibro non avrebbe mai neppure potuto sperare di diventare il colosso Facebook. Perché da noi, ed è triste dirlo, tante idee geniali nate in un garage, restano in quel box auto, tra gli scatoloni impolverati. Del resto anche l’idea migliore e più innovativa senza manager capaci e scaltri e senza capitali sufficienti resta ferma ad un progetto nella migliore delle ipotesi. Con inevitabili impatti sull’economia del Paese che resta indietro a guardare. Mi viene in mente un bellissimo articolo pubblicato nel 2011 che immaginava cosa sarebbe potuto succedere se Steve Jobs fosse nato a Napoli e si fosse chiamato Stefano Lavoro. Marco Montagna di Zucchero avrebbe mai potuto fare di Faccialibro il successo che è oggi Facebook?

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