ANF 2018 e part time: spettano gli assegni familiari? Il caso che fa scuola

ANF 2018: calcolo e diritto per chi lavora part time. Il Tribunale di Belluno dà ragione alle dipendenti.

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ANF 2018: calcolo e diritto per chi lavora part time. Il Tribunale di Belluno dà ragione alle dipendenti.

Antonio A. ci ha scritto per avere conferma del diritto, come lavoratore privato part time, agli ANF.

Ebbene il primo riferimento in senso affermativo lo si trova proprio sul sito dell’Inps in cui si specifica che “Ai lavoratori occupati a tempo parziale spetta l’ANF nella misura settimanale intera soltanto se hanno lavorato almeno 24 ore nella settimana (sia come impiegato che come operaio), raggiungibili anche cumulando più rapporti di lavoro a tempo parziale o a tempo pieno.

Se il numero delle ore lavorate è inferiore, spettano tanti assegni giornalieri quante sono le giornate di lavoro effettivamente prestate, indipendentemente dal numero delle ore lavorate in ciascuna delle giornate stesse. In ogni caso non possono essere erogati complessivamente più di 6 assegni giornalieri per ciascuna settimana e 26 per ogni mese”.
Il cumulo delle ore non può essere effettuato con le attività svolte in qualità di operaio agricolo o di addetto ai servizi domestici o familiari, essendo queste categorie soggette a propria specifica normativa”.

Part time assenze e ANF: cosa dice la sentenza sul caso di Longarone

La questione aperta invece riguarda il riconoscimento, ai fini degli ANF, anche delle assenze nell’arco della settimana retribuite o indennizzate per malattia, infortunio, ferie, cassa integrazione o permessi per cariche sindacali e pubbliche. E proprio a tal proposito è giunta una sentenza del Tribunale di Belluno che è destinata a fare scuola in Italia creando un precedente unico nel suo caso. Il giudice, accogliendo le richieste delle dipendenti part-time della Safilo di Longarone rappresentate dalla Cisl Belluno-Treviso, ha sancito il diritto agli assegni familiari (Anf) in misura piena alle lavoratrici part-time anche in caso di assenze retribuite o indennizzate.

Vale dunque la pena approfondire questa vicenda iniziata nel 2012. L’azienda allora, d’intesa con l’Inps, aveva rifiutato alle lavoratrici gli assegni familiari in misura piena nei casi in cui in cui si erano verificate le suddette assenze. Sulla base di questa posizione per quattro anni si era rifiutata di pagare alle lavoratrici alcune ore di assenza retribuite, con un danno economico per famiglia che va dalle centinaia ad oltre un migliaio di euro.

Vista l’impossibilità di giungere ad un accordo in fase di trattativa, l’organizzazione sindacale ha deciso di rivolgersi al Tribunale avviando una causa pilota individuale. Al giudice, dunque, in mancanza di precedenti giurisprudenziali sul punto e di circolari Inps chiarificatrici, il compito di fornire una corretta interpretazione della normativa. Dando ragione alla Cisl il giudice è giunto ad equiparare le assenze retribuite o indennizzate alle giornate di lavoro effettivamente prestate. L’azienda quindi dovrà pagare le spettanze alle lavoratrici in questione, arretrati inclusi.

Una sentenza emessa a novembre 2017 e che è stata riportata con soddisfazione dall’avvocato Serena Maccagnan ma anche da Cinzia Bonan, Segretario generale Cisl Belluno Treviso, che a tal proposito ha commentato “non potevamo accettare la penalizzazione delle lavoratrici non presenti al lavoro ma comunque coperte contrattualmente dai permessi riconosciuti dal contratto collettivo”.

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