Veneto Banca Popolare di Vicenza: cosa guadagnerà Intesa Sanpaolo dall’acquisizione a 1 euro?

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Gli analisti iniziano a fare i conti in tasca a Intesa Sanpaolo che appena ieri si è fatta avanti per salvare a precise condizioni Veneto Banca e la Banca Popolare di Vicenza

Il giorno dopo l’ufficializzazione della disponibilità di Intesa Sanpaolo ad intervenire per salvare Veneto Banca e la Banca Popolare di Vicenza, tra gli investitori serpeggia un solo interrogativo: escludendo la presenza di magnanimità disinteressata, cosa guadagnerà Intesa Sanpaolo dall’acquisizione?

Una domanda di questo tipo è quasi obbligatoria se si considerano i tanti paletti che Intesa Sanpaolo ha posto come condizione per il suo intervento.

Come scritto a chiare lettere nel comunicato stampa diffuso ieri pomeriggio, infatti, Intesa Sanpaolo, è pronta a fare la sua parte nel bene di tutto il sistema purchè i termini del suo intervento garantiscano “anche sul piano normativo e regolamentare, la totale neutralità dell’operazione rispetto al Common Equity Tier 1 ratio e alla dividend policy del Gruppo Intesa Sanpaolo”. La disponibilità di Intesa Sanpaolo all’operazione – prosegue la nota – “esclude pertanto aumenti di capitale” (Banche venete: Intesa Sanpaolo rompe indugi, “pronta ad acquistare alcune attività e passività” di Veneto Banca e BpVi).

La banca guidata da Messina, quindi, farà la sua parte, ma solo se il suo intervento non determinerà ripercussioni sulla sua politica dei dividendi e fermo restando l’indisponibilità a procedere con un aumento di capitale per sostenere l’operazione. Il chiarimento di Intesa Sanpaolo ha il sapore della risposta alle puntualizzazioni che la scorsa settimana erano arrivate dagli analisti di Mediobanca. Gli esperti di Piazzetta Cuccia, mettendo le mani avanti, avevano affermato che l’intervento di Intesa Sanpaolo a favore delle banche venete avrebbe determinato un taglio della cedola della big del settore bancario (Veneto Banca BpVi: se Intesa Sanpaolo interviene, suo dividendo sarà tagliato (analisti)).

Questa premessa rende ancora più legittimo il dubbio degli investitori: cosa ci guadagna Intesa Sanpaolo dal salvataggio delle banche venete che, ricordiamo, avverrà alla solita cifra simbolica di 1 euro?

Salvataggio banche venete: ecco i conti di Intesa Sanpaolo

Secondo un’attenta analisi del Fatto Quotidiano, il progetto di salvataggio delle banche venete prevede la creazione “di due bad bank e due good bank dalle ceneri delle venete”.

Faranno parte delle good bank tutti gli assets non malati ossia “32 miliardi di impieghi, la raccolta dalla clientela, che a fine 2016 era di 28 miliardi; gli 11 mila dipendenti; i 13 miliardi di euro di obbligazioni “senior” e probabilmente anche i 10 miliardi di bond emessi da febbraio scorso con garanzia pubblica per far fronte alla crisi di liquidità.”. Viceversa alle due bad bank” vengono invece ceduti i 10,2 miliardi di crediti deteriorati che piombano i bilanci”. In questa vicenda ancora poco definita, allo Stato spetterà il compito di procedere con l’inevitabile ricapitalizzazione.

L’analisi del Fatto Quotidiano termina con questa previsione “Per Bruxelles è un aiuto pubblico che viola la concorrenza e quindi vanno accollate perdite anche ai creditori”. In pratica il salvataggio delle banche venete avverrebbe con il soliti metodo all’italiana ma su questo vi rimandiamo all’approfondimento: Banche venete, ma quale salvataggio? Intesa si prende gratis solo la parte buona.

Intesa Sanpaolo salvataggio banche venete: l’analisi di Banca Akros

Complementare all’analisi del Fatto Quotidiano, è lo studio di Banca Akros. Secondo gli esperti, alla luce delle condizioni poste da Intesa Sanpaolo per l’acquisizione delle banche venete, gli assets totali che passeranno in mano alla banca guidata da Messina, dovrebbero avere un valore collocabile nel range compreso “tra 35-40 miliardi”. Considerando un risk-weigting del 50%, “si avrebbe un impatto di 75-80 punti base sul CET1 ratio, che sarebbe compensato solo da un bargain purchase da $2,5 miliardi, che fosse riconosciuto in via anticipata nella finalizzazione dell’accordo. Dunque, riteniamo che sia necessario che fondi pubblici di un ammontare simile dovrebbero essere investititi nelle due good bank prima dell’accordo”.

La conclusione di Banca Akros non è dissimile da quella del più schierato Fatto Quotidiano.

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