Saipem, in 5 mesi persi 11 mld di capitalizzazione. Cosa preoccupa il mercato

Il day after di Saipem: mentre gli analisti tagliano il prezzo obiettivo il mercato si pone l'unica domanda ragionevole: quanto sono credibili i manager alla guida della società?

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Saipem crolloScende ancora a Piazza Affari il titolo Saipem, ma di gran lunga meno di ieri, quando è stato travolto da un brusco -30%, dopo il lancio del secondo profit warning in cinque mesi. Il titolo quota stamane intorno a 14,16 euro, circa mezzo punto percentuale in meno di ieri (Ancora un profit warning per Saipem, le ragioni del crollo a Piazza Affari).

Al momento, la società capitalizza 6,3 miliardi di euro, mentre soltanto nel settembre del 2012 ne valeva ancora 17,6 miliardi e a gennaio oltre 13 miliardi.

Ma due allarmi sui profitti in appena cinque mesi e l’alternarsi di dichiarazioni improntate all’ottimismo e alla divulgazione di dati catastrofici hanno minato la credibilità dei vertici aziendali, visto che soltanto ad aprile si era conclusa la Operation Review e il 21 maggio la società comunicava prospettive positive sui contratti E&C.

Per questo, gli investitori temono che la società non abbia ancora valutato l’impatto del deterioramento dei conti anche per gli esercizi prossimi, quando, invece, l’ad Umberto Vergine si mostra ottimista sulla possibilità di tornare all’utile già l’anno prossimo.

 

La posizione di Eni

Controversa, proprio per le dimensioni del tonfo del titolo (40 euro nel settembre 2012) è la posizione di Eni, che controlla Saipem al 43%. In meno di nove mesi, la sua partecipazione ha perso 5 miliardi di euro di valore, troppi per ipotizzare una cessione, che avverrebbe a prezzi di saldo. Meglio attendere che torni il sereno e il titolo riacquisti smalto, magari non necessariamente riportandosi ai valori di pochi mesi fa. E’ quanto emerge anche dalla dichiarazione dell’ad Eni, Paolo Scaroni, il quale parla di ripensamento sulla vendita di Saipem, pur limitando la portata negativa del suo tracollo finanziario, visto che la controllata rappresenta solo il 6% dell’attivo del gruppo.

 

Rating Saipem: una pioggia di bocciature

E i declassamenti non si sono fatti attendere. Ubs ha tagliato il target price da 21 a 16,50 euro, mantenendo il giudizio neutral e prevedendo una perdita di 0,71 euro per azione nel 2013 e un utile di 1,4 euro per azione nel 2014 (-8%).

Citigroup ha tagliato il prezzo obiettivo da 26 a 21 euro, ma mantenendo la raccomandazione buy. E anche JP Morgan è passata da una valutazione di 26,20 a una di 19,50 euro.

Banca Akros ha tagliato da 20 a 16,10 euro con giudizio hold.

Il timore degli analisti è che non solo la società non sia in grado di prevedere i rischi per gli esercizi prossimi, ma che possa subire effetti negativi anche nell’aggiudicazione dei nuovi contratti, in seguito al discredito di cui si sarebbero coperti i manager, almeno della vecchia gestione, così come per le inchieste in Algeria su un presunto giro di corruzione, alla base della caduta di redditività delle attività commerciali nel paese nordafricano.

E dire che gli ispettori della Consob avevano lasciato gli uffici di San Donato Milanese solo lo scorso 7 giugno, in seguito alle indagini avviate dall’authority sul primo profit warning di gennaio, teso ad accertare che non vi siano stati fenomeni di insider trading. L’episodio sospetto riguarda la vendita da parte del fondo americano BlackRock di un pacchetto azionario a 31 euro, tramite Bank of America Merrill Lynch, giusto alla vigilia del crollo a 20 euro del titolo, lo scorso 30 gennaio.

La Vigilanza ha anche disposto il divieto temporaneo di vendita allo scoperto del titolo (Saipem, Consob blocca le vendite allo scoperto).

 

Debito Saipem troppo alto per Mediobanca

Infine, Mediobanca punta l’indice non tanto sul profit warning, quanto sull’alto livello di indebitamento, pari a 5,2 miliardi quest’anno, per scendere presumibilmente a 4,6 miliardi nel 2014. Sarà certamente più arduo per Saipem tagliare il debito con conti più magri o, addirittura, in perdita o appena in pareggio. Per questo, la società potrebbe vedersi costretta a vendere parte dei suoi asset, ad esempio, le attività perforanti.

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