Rete Telecom Italia, uno scorporo con tanti punti interrogativi

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Il consiglio di amministrazione di ieri pomeriggio di Telecom Italia ha deliberato l’ok allo scorporo della rete in fibra ottica e rame. Ha votato contro il consigliere indipendente e rappresentante dei fondi, Luigi Zingales, mentre il presidente di Telefonica, Cesar Alierta, non si è presentato e l’altro consigliere in quota alla compagnia spagnola, Julio Linares, si è astenuto. Gli spagnoli ritengono la decisione un precedente nel panorama europeo, contrario al loro stesso interesse in patria.

L’ex monopolista si è riservato il diritto di bloccare l’operazione in ogni momento, allorquando si dovessero evincere benefici insufficienti ad avallare il piano inedito nella storia europea. Il modello di riferimento è l’OpenReach di British Telecom, consentendo l’accesso alla rete passiva a tutti gli operatori e a condizioni di uguaglianza.

 

Nessuna vendita della rete di Telecom Italia

La rete, tuttavia, non sarebbe venduta, ma scorporata, nel senso che sarebbe posta in capo a una società terza, ma pur sempre controllata da Telecom. Questa newco dovrebbe ricevere in dote 20 mila dipendenti, ma anche tanto debito, che è poi la ragione essenziale dello spin-off. Sebbene non sia trapelato un piano dettagliato, s’ipotizza che la società possa essere successivamente quotata in borsa, in modo da contemperare entrambe le esigenze di mantenimento del controllo, seppur tramite una divisione separata, e di monetizzazione dell’operazione. La quotazione, infatti, potrebbe fare introitare alla compagnia fino a 12 miliardi di euro, anche se ci si dovrebbe fermare molto prima, se si vuole conservare il controllo. A tale proposito si fa il nome della Cdp, che potrebbe sborsare intorno ai 2 miliardi di euro, per acquisire una quota fino a un massimo del 20-25%.

E anche la controllata Metroweb potrebbe decidere di entrare nel capitale della newco, mentre per Wind il percorso sarebbe più complesso, essendo un concorrente di Telecom sul mercato domestico e al contempo di proprietà russa, con il governo italiano intenzionato a tutelare la rete quale asset “strategico”.

 

Spin off rete Telecom Italia: l’impatto sulla redditività è limitato

La domanda degli analisti è la seguente: ma lo spin-off avrà un impatto positivo sulla redditività dell’azienda e riuscirà a rimetterne in carreggiata i conti, gravati da oltre 28 miliardi di euro di debito? La non-cessione implica, infatti, che la rete sia scorporata, ma che da essa si ricavi solo qualche miliardo di euro, mantenendo l’indebitamento finanziario netto a livelli considerati insostenibili nel medio-lungo termine. Non solo: non ci sarebbe il rischio che non disponendo più direttamente della rete, Telecom si privi di un asset che ad oggi le ha consentito di lucrare dall’applicazione delle tariffe ai competitors che hanno accesso ad essa?

Il beneficio netto lo si potrà avere solo nel caso in cui la newco, in futuro considerata neutrale da un punto di vista societario, avesse la possibilità di imporre alle compagnie tariffe più alte, trasferendo alla controllante parte di tale incremento di valore. Non è un mistero che gli analisti credano poco a questo scenario e ritengano che solo un abbattimento deciso del debito possa rilanciare la compagnia, che si teme non sia sufficientemente redditizia nel medio termine, da poter ripagare tale debito.

Di più: Telefonica, che tramite Telco al 22,45%, controlla Telecom Italia al 10% circa, rappresenta un fattore di blocco di qualsiasi tentativo di internazionalizzazione del business, a causa del palese conflitto d’interesse tra la controllata e la controllante iberica. Un aspetto, quello della composizione dell’azionariato, che potrebbe subire qualche scompiglio dall’ingresso dei cinesi di Hutchison Whampoa come socio di controllo nel capitale, in cambio dell’integrazione con la controllata 3 Italia. Tante incognite sul destino della compagnia, che dovranno essere sciolte una volta per tutte.

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