Borse in calo dopo la Fed, Nasdaq su supporto critico

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La seduta di mercoledì è stata caratterizzata per la borsa Usa da una netta discesa, in particolare del tecnologico Nasdaq (-1,25% il saldo di seduta a 11.050,47 punti). Eppure le indicazioni in uscita dalla Federal Reserve non sono state negative.

Cerchiamo allora di capire cosa sta succedendo e poi di approfondire la situazione grafica dell’indice.

Prima di tutto mercoledì si è conclusa la riunione di politica monetaria della banca centrale statunitense, che ha lasciato i tassi invariati in prossimità dello zero, come del resto anticipato dalla maggioranza degli operatori, confermando che essi rimarranno tali almeno fino al 2023, quando è probabile che l’inflazione possa superare il 2%.

Recentemente la Fed ha reso noto un nuovo approccio nei confronti dell’andamento dell’inflazione: se in passato l’avvicinarsi della soglia del 2% era visto come un campanello di allarme, e quindi implicava interventi sul costo del denaro per evitare un surriscaldamento dei prezzi, adesso la banca centrale si è detta disponibile ad accettare uno sforamento della soglia target, lasciando intendere di fatto agli operatori che anche in caso di una crescita dell’indice dei prezzi PCE (personal consumption expenditures) oltre il livello del 2% i tassi di interesse non verrebbero alzati.

Ma allora, se la prospettiva è di vedere i tassi rimanere sui minimi storici ancora a lungo, perchè le borse hanno reagito con nervosismo?

La risposta è da ricercare principalmente nella revisione al rialzo dell’oulook economico Usa per il 2020. La Fed ha infatti rivisto al rialzo le attese per il Pil Usa del 2020 a -3,7% (in linea con le stime Ocse del -3,8% rese note ieri) dal -6,5% di giugno mentre la disoccupazione è stimata al 7,6% per la fine dell’anno dal precedente 9,3%.

Paradossalmente se le cose vanno meglio del previsto c’è meno bisogno per la banca centrale di intervenire a sostegno dell’economia, e quindi indirettamente anche delle borse. A questo fatto si aggiunge l’assenza di notizie sul fronte dell’accordo tra democratici e repubblicani per un nuovo pacchetto di aiuti. Anche la politica quindi non sembra in grado di fornire alle borse quella scarica di adrenalina che è invece necessaria per superare i massimi storici toccati di recente.

Per inciso è importante notare che il miglioramento delle aspettative economiche non riguarda solo gli Usa, è ad esempio notizia di oggi che l’istituto tedesco IfW pronostica per la Germania un calo del Pil 2020 limitato al 5,5%, in netto miglioramento rispetto alla stima di giugno di un -6,8%.

Ma la tendenza è generalizzata, anche per l’Italia ad esempio l’Ocse ha comunicato ieri di attendersi una contrazione dell’economia del 10,5%, una previsione pesantissima ma comunque migliore del -11,3% indicato come probabile nelle previsioni del 10 giugno scorso (il 2021 dovrebbe vedere poi un rimbalzo del 5,4%).

In generale l’Ocse prevede che il 2020 possa concludersi con una contrazione a livello globale del 4,5%, molto meglio del -6% delle previsioni di giugno.

In buona sostanza le borse hanno paura che la determinazione di governi e banche centrali possa ridursi nei prossimi mesi, e questo ovviamente è un problema, soprattutto proprio per le azioni di quelle aziende, come i tre giganti menzionati sopra, che forse hanno corso troppo in relazione alle prospettive di miglioramento degli utili attesi. Un esempio di quello che potrebbe accadere in futuro lo fornisce il dato di ieri sulle vendite al dettaglio statunitensi.

Nel mese di agosto, con l’esaurirsi degli effetti degli stimoli governativi, si è realizzato un aumento minore delle stime: la crescita è stata infatti dello 0,6%, le attese erano di un +1,1% mentre il dato di luglio era di un +0,9% (rivisto da +1,2%). Il miglioramento c’è ma è progressivamente meno evidente con il passare del tempo e in assenza di nuovi pacchetti di aiuto.

Se la discesa delle ultime ore è solo il frutto di una delusione temporanea o se c’è il rischio di essere all’inizio di una fase negativa più accentuata ce lo può dire lo studio del grafico dell’indice Nasdaq Composite, la “lepre” seguita da tutte le altre borse per avere una guida sulla strada da seguire. Se da questo grafico dovessero provenire segnali contrari al proseguimento dell’uptrend ci sarebbe infatti da preoccuparsi per il destino dell’intero mercato azionario.

Nel caso del Nasdaq Composite il livello di guardia è quello dei 10930 dollari circa, area di transito della media mobile esponenziale a 50 giorni. La media è un indicatore che fornisce una valutazione sintetica della condizione del trend di medio periodo, fino a che i prezzi se ne mantengono al di sopra, come nella situazione attuale, la valutazione è positiva. Sotto la media, che è già stata testata anche l’8 e l’11 settembre, rimarrebbe solo l’ancora di salvezza del supporto di area 10745, base del gap rialzista del 3 agosto, a difendere l’indice dall’avvio di una discesa prolungata. In quell’area si colloca anche il primo dei livelli di ritracciamento di Fibonacci calcolati per il rialzo dai minimi di marzo, il 23,6%, la sua violazione aprirebbe la strada al test almeno del livello successivo della scala di Fibonacci, quello del 38,2%, a 10000 punti circa.

Il Nasdaq è quindi ancora in una situazione graficamente positiva ma al tempo stesso è pericolosamente vicini a livelli tecnici importanti, la cui violazione potrebbe essere il segnale dell’avvio di una fase correttiva rilevante da parte della borsa.

(AM – www.ftaonline.com)

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