Davvero Facebook e altri giganti della Silicon Valley pagheranno le tasse in Italia?

Facebook promette che dall'anno prossimo pagherà le tasse dove matura gli utili. Ma sarà davvero così?

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Facebook promette che dall'anno prossimo pagherà le tasse dove matura gli utili. Ma sarà davvero così?

Rivoluzione nel mondo dei colossi internazionali. Facebook ha annunciato ieri che cambierà il suo sistema di pagamento delle tasse, fatturando i suoi guadagni laddove vengono realizzati e, di conseguenza, sottoponendoli alle aliquote degli stati in cui fa affari. La misura riguarderà non solo l’Italia, ma anche Germania, Francia, Olanda, Spagna, Belgio, Norvegia, Svezia e Polonia. Sembrano buone notizie per il fisco italiano, che finalmente potrebbe iniziare a riscuotere il gettito fiscale dovuto. Iniziamo col dire che il passo in avanti compiuto dalla creatura di Mark Zuckerberg è stato il frutto di mesi di forti pressioni da parte della UE su tutti i giganti della Silicon Valley. Tuttavia, prima di brindare alla insperata vittoria contro le “avide” multinazionali, sarebbe opportuno verificare come effettivamente andranno le cose. Poiché il mutamento fiscale avverrà dal 2018, solo tra un anno e mezzo, in sede di dichiarazione degli utili, avremo modo di capire se e in quale misura davvero Facebook pagherà tutte le tasse in Italia e se sarà seguita da altri colossi americani, come Apple, Microsoft, Google, Amazon, etc. (Leggi anche: Guerra UE contro Silicon Valley)

Anzitutto, come funziona oggi il sistema di pagamento delle imposte da parte di questi giganti? Tutto il fatturato realizzato in Europa viene appioppato formalmente all’entità controllata con sede in Irlanda, paese in cui l’aliquota sui profitti è del 12,5% contro il 27% dell’Italia, tanto per fare un confronto. E così, ad oggi Facebook ha versato al fisco di Roma meno dello 0,05% di quanto fatturato da noi. Secondo la promessa del social, dall’anno prossimo il fatturato realizzato in Italia sarà effettivamente registrato nel nostro paese; lo stesso dicasi per gli altri paesi di cui sopra.

Tuttavia, le imposte non si versano sul fatturato (ricavi), bensì sugli utili. Ipotizziamo che la società venda in Italia pubblicità e altri servizi per un importo totale pari a 100 e che su di esso maturi un utile di 20. Sarebbe su questo 20 che dovrebbe pagare le tasse a Roma. E, però, potrebbe sfruttare le operazioni infra-gruppo per trasferire tale utile o gran parte di esso verso un paese (l’Irlanda), in cui il carico fiscale sarebbe inferiore. Ad esempio, l’entità con sede in Italia simulerebbero l’acquisto di servizi da parte dell’entità con sede a Dublino per un valore pari all’utile realizzato nel nostro paese. In pratica, la Facebook italiana avrebbe maturato un utile di 20, ma acquistando da Dublino servizi per un pari importo, azzera tale utile contabilmente e lo trasferisce ancora una volta in Irlanda.

Cosa cambia con la webtax

Attenzione, perché se queste pratiche elusive, pur perfettamente legali, vi sembrano deprecabili, tenete conto che proprio i cinque ministri finanziari di Germania, Francia, Italia, Spagna e Regno Unito hanno accusato gli USA di distorcere il commercio internazionale con la sua riforma fiscale, nella parte in cui, tra le altre cose, stanga al 20% tali operazioni infra-gruppo, con l’obiettivo di disincentivare il trasferimento di base imponibile fuori dagli USA. Dunque, la UE lamenta per gli altri ciò che, in verità, minaccerebbe di fare con le pressioni di questi mesi nei confronti dei colossi americani.

E la webtax? In teoria, il 6% che verrà applicato dal 2018 sul fatturato realizzato in Italia dalle multinazionali attive su internet esulerebbe dal caso sopra esposto, colpendo i ricavi, appunto, e non i profitti. Il rischio qui, però, come avverte Roberto Liscia, presidente di Netcomm, il Consorzio del Commercio Elettronico Italiano, è che a restare vittima della tassazione sia il sistema delle piccole e medie imprese italiane e l’utente finale. L’aliquota può sembrare bassa, ma essa si applica sui ricavi e non sugli utili, per cui tenderebbe a gravare maggiormente sulle aziende con un bassi margini, le quali scaricherebbero l’onere proprio sull’utenza o sulla clientela, rispettivamente alzando i costi per l’una e abbassando i pagamenti per l’altra. (Leggi anche: Perché la webtax è un pessimo affare per gli utenti europei)

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