Ecco la lista dei politici “vittime” di Jim Messina

Gli esperti di comunicazione hanno toppato anche stavolta. Il volto della sconfitta prende il nome di Jim Messina, che lascia una scia di sconfitti alle elezioni, dopo essere stato incoronato il guru di Barack Obama.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Gli esperti di comunicazione hanno toppato anche stavolta. Il volto della sconfitta prende il nome di Jim Messina, che lascia una scia di sconfitti alle elezioni, dopo essere stato incoronato il guru di Barack Obama.

Theresa May ha vinto le elezioni britanniche di giovedì, ma senza conquistare la maggioranza assoluta dei seggi. Ha perso la sua scommessa personale, dopo che i sondaggi davano in vantaggio i suoi Tories di 24 punti sul Labour, doppiandolo. Alla fine, la differenza di voti tra i due partiti si è ridotta al 2% o meno di 700.000 voti. Può consolarsi il premier, perché prima di lei hanno fatto una fine ancora peggiore personaggi come Matteo Renzi in Italia, lo stesso David Cameron un anno fa al referendum sulla Brexit, così come per ben due volte il premier spagnolo Mariano Rajoy non è riuscito a riconquistare la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. Per non parlare di Hillary Clinton, che la sera dell’8 novembre del 2016 è arrivata al suo quartier generale a New York nella convinzione di avere vinto le elezioni presidenziali USA, mentre poche ore dopo scopriva di essere stata battuta da Donald Trump. (Leggi anche: Elezioni UK, risultati shock: conservatori senza maggioranza)

I nomi di cui sopra non sono stati citati a caso, perché sono tutti legati da un filo conduttore, anzi da una persona: Jim Messina. Chi è costui? Classe 1969, è un consulente politico italo-americano, che deve la sua fama alla gestione delle due campagne elettorali vincenti di Barack Obama nel 2008 e nel 2012. Da allora, l’uomo diventa un “guru” per i politici in difficoltà di tutto il mondo e di ogni fede politica, nonostante egli appaia più incline a sostenere le ragioni dei candidati progressisti.

Messina, a capo dell’omonimo Messina Group, non ha aiutato a vincere solo Obama, ma nel 2014 e 2015 sarebbe stato determinante per aiutare l’allora premier Cameron a battere i nazionalisti scozzesi al referendum sull’indipendenza e a conquistare finalmente la maggioranza assoluta a Westminster contro ogni previsione.

I punti di “forza” dei big data

La sua strategia vincente: magheggiare con i cosiddetti “big data”, i flussi enormi di dati online, derivanti dall’utilizzo dei dispositivi elettronici, che consentono ai colossi economici e ai politici di ricavare informazioni preziose sulle preferenze dei consumatori-utenti o degli elettori. Si tratta di informazioni non condivise e proprio per questo ancora più interessanti, in quanto conoscibili da un ristretto gruppo di esperti, i quali posseggono anche le conoscenze idonee per utilizzarle al meglio.

Fino a due anni fa, sembrava che Messina fosse un Re Mida delle campagne elettorali, ma all’improvviso è entrato in modalità “malasorte”. Era il dicembre del 2015, quando la Spagna andava alle elezioni politiche e il guru dava una mano al premier conservatore Mariano Rajoy, che quelle elezioni le vinse, ma perdendo 15 punti rispetto al 2011 e per la prima volta dalla fine del franchismo, il Parlamento di Madrid si ritrovò senza una maggioranza, tanto che si sono rese necessarie nuove elezioni nel giugno successivo e trattative lunghe 10 mesi per formare il nuovo governo. (Leggi anche: Caos Spagna, niente fiducia per Rajoy: rischio terze elezioni in un anno)

Messina veniva ingaggiato pochi mesi dopo sempre da Cameron per tallonare la causa del “Remain” al referendum sulla Brexit del 23 giugno. I sondaggi gli erano molto positivi, ma la corsa apparve già al fotofinish alla fine di maggio. Risultato? Vinse il “Leave” e il Regno Unito si ritrova praticamente fuori dalla UE.

I flop di Messina

Arrivano le elezioni presidenziali americane. Qui, la battaglia è tutta tra Hillary Clinton e Donald Trump, con la prima super-favorita. Messina si sente sicuro: l’ex First Lady vincerà in Florida ed entrerà alla Casa Bianca. Nessun bisogno di dire come sia andata a finire.

Ma un mese dopo, Messina può consolarsi ancora con il referendum costituzionale, ingaggiato dal premier Matteo Renzi per il “sì”. Suo lo slogan “Basta un Sì”, sua l’idea di mandare in onda un appello elettorale di Renzi da Palazzo Chigi con sole bandiere tricolori alle sue spalle, eliminando quelle europee, sua anche l’idea di spersonalizzare l’appuntamento e di mandare l’impopolare ministro Maria Elena Boschi in Argentina per cercare consensi all’estero e per sfuggire alle telecamere in Italia. Il “no” stravince con il 60% e Renzi è costretto a dimettersi. (Leggi anche: Referendum costituzionale, dimissioni Renzi)

Giovedì è stato il turno della povera May, che sentendosi con il vento in poppa e praticamente percependo alla portata una vittoria storica per i Tories, arruola il solito guru tra i suoi esperti per quella che doveva essere una passeggiata tra le colline inglesi, trascorrendo buona parte del suo tempo nelle aree a maggioranza laburista, dove i conservatori avrebbero dovuto fare man bassa di seggi per effetto dello “switch” atteso degli elettori. Fatto sta che a maggio, senza bisogno di Messina, i Tories hanno stravinto le elezioni comunali, un mese dopo sono alla ricerca di alleanze per restare al governo.

I soli big data non bastano

Sarebbe ingeneroso attribuire la sfilza di sconfitte a Messina, ma a questo punto non sarebbe nemmeno il responsabile dei trionfi di Obama o di Cameron negli anni passati. Certo è, poi, che se diversi premier si sono affidati ai suoi consigli, adottandone la strategia mediatica, rivelatasi perdente, qualcosa non andrebbe in questa politica basata sui “big data”.

Le informazioni diventano rilevanti, a patto non solo di usarle bene, ma a completamento di una campagna impostata non solo su slogan e finezze linguistiche, bensì pure di empatia, senso della misura e della realtà, vicinanza agli elettori in carne e ossa e sintonia con gli umori del paese. Messina segnala di capirci poco di Europa, meno ancora di Regno Unito.

Non è la prima volta, tuttavia, che un sedicente guru fallisce l’impresa. Nel 2006, Karl Rove, che aveva contribuito all’insperata rielezione di George W.Bush due anni prima, fu chiamato dal premier Silvio Berlusconi nell’impresa di risalire la china dei sondaggi, che lo davano indietro rispetto al centro-sinistra di Romano Prodi di 20 punti percentuali. Perse lo stesso, ma con appena 24.000 voti di scarto e sfiorando la vittoria al Senato. Di fatto, Rove può oggi affermare di avere compiuto un miracolo, non di avere perso la sfida.

Messina solo sfortunato?

Non sappiamo quanto del guru conservatore americano vi sia stato dietro a quel “vi toglierò l’ICI”, pronunciato da Berlusconi nel famoso faccia a faccia contro Prodi a fine dibattito. Una cosa la sappiamo, però: puoi essere il migliore esperto di comunicazione di questo mondo, ma se la materia prima con cui interagisci mostra il fiuto di un gatto in tangenziale, sei destinato a fallire. Si consoli Messina, perché forse è stato semplicemente sfortunato, dopo aver fatto bingo con Obama e avere illuso Cameron.

Del resto, se c’è una cosa che ci hanno insegnato le campagne elettorali è che dire troppo a volte è controproducente. La May si è giocata gran parte del capitale politico posseduto sulla “dementia tax”, la proposta di far pagare la sanità alla popolazione anziana più benestante. Evidentemente, non aveva seguito le elezioni federali tedesche del 2005, quando una leader poco carismatica di nome Angela Merkel, data in vantaggio di 16 punti sul cancelliere uscente socialdemocratico Gerhard Schroeder, finì per vincere il voto di uno zero virgola, dopo avere illustrato agli elettori la sua ricetta fiscale: meno tasse sui redditi, ma più IVA. E i tedeschi le espressero il loro gradimento con un sostanziale pareggio contro il più impopolare cancelliere a fine mandato.

 

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Brexit, Economie Europa, Politica Europa