Voucher lavoro, perché contrastarli danneggia l’occupazione

I voucher lavoro sono nel mirino di stampa e sindacati per i presunti abusi. Tuttavia, i dati smentirebbero tale ricostruzione e il rischio è di tornare alla rigidità del mercato del lavoro.

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I voucher lavoro sono nel mirino di stampa e sindacati per i presunti abusi. Tuttavia, i dati smentirebbero tale ricostruzione e il rischio è di tornare alla rigidità del mercato del lavoro.

I voucher lavoro sono oggetto di strali da parte di una vasta fetta dell’opinione pubblica, che li considera una fonte di precarizzazione dell’occupazione. E dire che i buoni dal taglio di 10 euro ciascuno siano nati esattamente con l’obiettivo opposto di far emergere il lavoro nero. La loro previsione si ebbe con la Legge Biagi del 2003, quando l’utilizzo fu reso possibile per prestazioni di lavoro accessorio, sostanzialmente relegato a studenti e pensionati. Con il tempo, le maglie del legislatore sono divenute più flessibili: la riforma Fornero del 2012 ne ha esteso l’uso praticamente a ogni tipo di situazione lavorativa, il governo Letta nel 2013 ha lo ha ampliato aldilà delle mere prestazioni occasionali e il governo Renzi con il Jobs Act ha elevato da 5.000 a 7.000 euro il limite massimo di reddito lordo così percepibile da un lavoratore nell’anno solare, compatibilmente con il limite dei 2.000 euro annui per ciascun committente.

Nei primi dieci mesi del 2016, i voucher venduti sono stati pari a 121,5 milioni per un controvalore complessivo di 1,215 miliardi di euro, il 32% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nel 2015, furono venduti 115 milioni di buoni, di cui 860 milioni sono andati al lavoratore in forma di retribuzione e 150 milioni alla previdenza. Ogni voucher da 10 euro si suddivide in 7,5 euro netti, che vanno ai lavoratori, e 2,5 euro per Inps e costi di gestione. (Leggi anche: Referendum Jobs Act, ecco i tre quesiti proposti dalla Cgil)

Critiche ai voucher

A cosa serve un voucher lavoro nella pratica? A consentire a un datore di lavoro di impiegare per tot ore o giorni un dipendente, in maniera regolare. Esempio: mi serve per la settimana di Ferragosto un altro banconista, visto la calca di clienti attesa nel periodo. Compro, per ipotesi, 40 buoni da 10 euro, di cui 300 andranno al lavoratore come retribuzione netta, i restanti 100 tra previdenza e altri costi.

I detrattori sostengono che con le maglie larghe di questi anni, le imprese avrebbero abusato del sistema dei voucher, utilizzandoli anche per impiegare lavoratori per prestazioni ordinarie, mascherando spesso lo straordinario o persino le ore regolari.

Insomma, i voucher starebbero mascherando il lavoro nero e a causa dell’alto limite di reddito usufruibile, i lavoratori potrebbero restare condannati al precariato per un lungo periodo.

 

 

 

 

Voucher lavoro non dilaganti

I dati disponibili ci direbbero tutt’altro. Dal loro debutto per la stagione della vendemmia del 2008 al 31 ottobre scorso, il numero di voucher venduti è stato di 347,2 milioni, pari a un monte-retribuzione netto di 260,4 milioni, corrispondente a 10-15.000 stipendi annuali, stando a una retribuzione media netta di 16-24.000 euro all’anno.

Non pare proprio che vi sia un’epidemia di voucher in giro, per quanto il numero dei buoni venduti possa ingannare. E contrariamente a quanto sostengono i contrari, appena lo 0,4% dei beneficiari ha incassato nel 2015 con questo sistema più di 5.000 euro in un anno, mentre quasi i due terzi (64,8%) ha ricevuto meno di 500 euro e appena il 20% ha superato i 1.000 euro. L’importo medio erogato è stato di 633 euro.

I voucher servono per le prestazioni occasionali

E anche l’analisi dei dati per settore ci confermano che i voucher lavoro sarebbero impiegati realmente per prestazioni occasionali, almeno nella stragrande maggioranza dei casi. Un’indagine CNA ha trovato che a farne maggiormente uso sarebbe il commercio (18,2%), seguito da servizi (14%), turismo (12,3%), manifestazioni sportive (9,1%), giardinaggio e pulizie (7,6%), agricoltura (7,3%) e lavori domestici (2,6%).

Se nel 2008 il beneficiario-tipo era un sessantenne maschio, oggi è una 36-enne donna. Anche questo nuovo identikit ci spinge a credere che i voucher vengano impiegati per prestazioni di tipo occasionale e per quelle attività di carattere stagionale o caratterizzate da picchi e discontinuità, che non avrebbero quale alternativa l’assunzione di un lavoratore in altre forme, bensì il ricorso al lavoro nero. (Leggi anche: Referendum Jobs Act, Bersani voterà sì contro Renzi)

 

 

 

 

Norme più restrittive in vista

Già da un paio di mesi, le norme sono diventate un po’ più stringenti, stabilendo che il committente comunichi l’inizio della prestazione con i voucher all’Ispettorato nazionale del lavoro con un anticipo di almeno 60 minuti rispetto all’orario previsto.

I trasgressori vengono colpiti da una sanzione tra i 400 e i 2.400 euro per ciascuna comunicazione omessa.

Il Ministero del Lavoro, anche per reagire a una campagna di stampa piuttosto forte contro i voucher, nonché al possibile referendum richiesto per abrogarli dalla Cgil, sta valutando diverse soluzioni per contenere i casi di abuso. Le norme sono sempre migliorabili, ma ci chiediamo se l’inasprimento dell’apparato sanzionatorio o le restrizioni all’utilizzo dei buoni sia realmente la strada giusta.

Critiche infondate ai voucher

Se questi voucher, numeri alla mano, stanno limitandosi a regolarizzare rapporti di lavoro in sé di brevissima durata, quasi del tutto occasionali, siamo sicuri che il lavoro nero lo combatteremo vietandone l’utilizzo a quanti sinora abbiano avuto modo di acquistare i tagli da 10 euro? Pensiamo per caso, che il proprietario di uno stabilimento balneare, rendendosi conto di avere bisogno per due settimane in agosto di un altro animatore, anziché assumerlo con i voucher, gli stipuli un contratto a tempo determinato, con tutte le incombenze sul piano burocratico?

Dietro alle critiche si nasconde in molti casi una visione distorta sui meccanismi di funzionamento del mercato del lavoro di quanti credono che l’occupazione la si crei a colpi di leggi. Norme più flessibili aiutano, ceteris paribus, a creare più posti di lavoro, mentre norme più rigide riducono l’occupazione regolare, alimentando semmai l’economia sommersa. (Leggi anche: Referendum Jobs Act, a rischio l’unica vera riforma di Renzi)

 

 

 

 

Serve crescita, non restrizioni

Senza crescita economica, però, possiamo pure toglierci dalla testa di potere ambire alla risalita del numero degli occupati. Il lavoro lo creano le imprese sulla base delle loro esigenze produttive. Questo è il meccanismo di base del mercato. La lotta ai voucher non scalfirà di un millimetro il lavoro nero, né creerà occupati regolari o stabili. Chi vorrebbe tornare alla rigidità dell’occupazione dei decenni passati soffre di amnesia, dimenticando evidentemente quanto il precariato e il lavoro nero fossero diffusi quanto oggi o anche di più.

(Leggi anche: Assunzioni stabili in forte calo, senza crescita il lavoro torna precario)

 

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