Voto sul MES, è scontro nel governo Conte: ecco cosa c’è dietro alla possibile crisi di mercoledì

Maggioranza "giallo-rossa" estremamente divisa sulla riforma del Fondo salva-stati. E il premier stavolta rischia di cadere sul serio.

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Perché Conte rischia di cadere dopodomani

La “fronda” grillina contro la riforma del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) conterebbe una settantina tra deputati e senatori, ma probabile che quelli che effettivamente voteranno in opposizione alle indicazioni del governo Conte si ridurranno drasticamente, magari preferendo lasciare l’Aula. Luigi Di Maio sarebbe stato durissimo in un incontro con i parlamentari del Movimento 5 Stelle, dicendo ai suoi colleghi di partito che egli, comunque vada, verrà rieletto e rifarà il ministro, mentre per molti di loro nel caso di caduta di questo governo non ci saranno speranze di rielezione. La partita è diventata per la pura sopravvivenza: resistere alle sirene dell’Europa per non sparire elettoralmente quando si tornerà a votare o accettare la riforma per non rischiare di andare a casa subito.

Non ha giovato forse l’intervento di Beppe Grillo, che nei giorni scorsi è intervenuto sul MES per dire che si tratti di un ente inutile e che non vi si dovrebbe mai fare ricorso, puntando semmai sulla patrimoniale e sull’IMU per la Chiesa. Assist per Giuseppe Conte o per i riottosi? L’intenzione sarà stata di dare un contentino ai secondi per rassicurarli sul mantenimento della posizione storica anti-MES del movimento. Il dubbio è che stia finendo per convincerli delle buone ragioni per non votare la riforma.

Riforma MES: i rischi per l’Italia restano, ecco i due principali

La temperatura è alta anche in Forza Italia. La frangia più europeista, capitanata da Renato Brunetta e Mariastella Gelmini, non ha digerito il “no” di Silvio Berlusconi al voto in Parlamento, minacciando di contravvenire alle indicazioni del leader (sinora) indiscusso, forti di una pattuglia molto numerosa di deputati e senatori pronti a soccorrere i “giallo-rossi”.

Ma l’ex premier avrebbe fatto una mossa inaspettata e a porte chiuse avrebbe minacciato i suoi di votare contro o altrimenti si dimetterà da presidente del partito. Perché mai il leader degli “azzurri”, che a Strasburgo sta nel PPE e sostiene la Commissione di Ursula von der Leyen, sembra fortemente propenso al “no”?

Per capirlo, basti leggere i titoli dei giornali negli ultimi giorni. Italia Viva di Matteo Renzi è insofferente verso Conte a tal punto da minacciare di non avallare la cosiddetta cabina di regia, che presiederà all’utilizzo dei 209 miliardi di euro a cui l’Italia avrebbe diritto tra prestiti e sovvenzioni del Recovery Fund. Dal canto suo, il PD ormai mal tollera i grillini, alleati erratici e senza un profilo programmatico chiaro, se non quello di restare aggrappati alle poltrone per non tornare all’opposizione.

Le mani sui fondi europei

Tutto ruota attorno al “malloppo” dei fondi europei in arrivo, salvo sorprese non proprio da escludere. Il PD, partito dell’establishment italiano per eccellenza, non vuole condividerne la gestione con un gruppo di sgangherati “scappati di casa” come i grillini. E questi ultimi sono consapevoli che mettervi sopra le mani potrebbe significare assicurarsi consensi a lungo termine con la creazione di clientele diffuse, specie al sud, e posizioni permanenti tra i “poteri forti” tanto avversati a parole. Dall’opposizione scalpita anche Berlusconi per non rimanere estraneo alla spartizione della torta e starebbe trovando in Renzi il grimaldello con cui scassinare la maggioranza. Serve il “governissimo” per co-gestire tutti insieme le centinaia di miliardi di liquidità in arrivo dall’Europa, cioè che Conte si tolga di mezzo, anche perché di danni con la gestione della seconda ondata di contagi ne ha combinati fin troppi e non gode più della popolarità dei primi mesi del Covid.

Politici e opinione pubblica, quest’ultima foraggiata da una propaganda giornalistica di quarta categoria, pensano maldestramente che i fondi europei siano elargizioni senza scopo di lucro di Bruxelles, ignorando che i prestiti per definizione dovranno essere restituiti con emissioni future di debito e che le stesse sovvenzioni saranno parzialmente finanziate pro-quota dall’Italia.

Saremo sì beneficiari netti nel complesso, ma dietro contropartite politiche non secondarie e che vedono proprio nella riforma del MES l’oggetto principale del baratto in corso nelle istituzioni comunitarie: soldi all’Italia per gettare fumo negli occhi dell’opinione pubblica, in cambio di un accordo sul Fondo salva-stati, che nei fatti apre la strada alla ristrutturazione dei debiti nel caso di assistenza finanziaria. E’ la famosa logica del pacchetto di cui parla Conte sin dallo scorso anno, ma che va capita anche dal punto di vista degli stati nordici. Siamo dinnanzi a un “do ut des” che l’M5S non può accettare per non perdere ulteriori consensi e a cui l’Italia non può rinunciare, a meno che non voglia perdere il Recovery Fund. Mercoledì, più che un voto contrario alla riforma dovremmo attenderci un’approvazione al Senato con meno di 161 “sì”. La maggioranza politica sarebbe perduta e il conto alla rovescia per Conte scatterebbe automatico.

L’opposizione di Berlusconi al MES può far cadere il governo Conte il 9 dicembre

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