Il voto in Friuli urla a Di Maio di essere stato inadatto a gestire il successo elettorale

Luigi Di Maio non si sta mostrando in grado di gestire al meglio il successo elettorale del Movimento 5 Stelle a marzo. In meno di due mesi, rischia di avere dilapidato gran parte del patrimonio di fiducia e speranze riscosso dagli italiani.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Luigi Di Maio non si sta mostrando in grado di gestire al meglio il successo elettorale del Movimento 5 Stelle a marzo. In meno di due mesi, rischia di avere dilapidato gran parte del patrimonio di fiducia e speranze riscosso dagli italiani.

Il capitolo delle elezioni regionali è chiuso. E l’esito è stato un disastro per il Movimento 5 Stelle, che il 4 marzo scorso trionfava alle politiche con oltre il 32% dei consensi, mentre sia in Molise che in Friuli-Venezia-Giulia ha incassato una dura batosta, arretrando nel primo di 14 punti percentuali e nel secondo di, addirittura, i due terzi a circa il 7%. Tutto in una cinquantina di giorni. Abbiamo già scritto ieri che sarebbe un po’ disonesto comparare i risultati delle politiche con quelli delle regionali senza notare che per le prime prevale un giudizio ideologico, mentre sulle seconde spesso incidono fattori locali, tra cui i nomi dei candidati. Tuttavia, la debacle grillina è stata innegabile, specie in Friuli. Qui, l’M5S ha preso molti meno voti del candidato, segno che non fosse lui il problema. Inoltre, passare dal 24% al 7%, pur con tutte le attenuanti del caso, appare altrimenti inspiegabile, considerando che Luigi Di Maio ha goduto di una sovraesposizione mediatica dopo le elezioni pari solo a quella di Matteo Salvini. Ma ad approfittarne sembra essere stato solamente il secondo, il politico più popolare d’Italia, stando ai sondaggi. Impensabile fino al 3 marzo scorso.

Elezioni Friuli, trionfa Salvini e affonda Di Maio: cosa accade per il governo?

E allora, qualcosa non è andato come si sperava tra i pentastellati. Cosa? Da quasi 60 giorni, Di Maio è impegnato a: 1) rivendicare la vittoria dell’M5S, negando quella del centro-destra, non riconoscendola come coalizione; 2) proporre sé stesso e solo sé stesso alla guida del prossimo governo; 3) cercare di stringere un accordo di governo, ora con la Lega, ora con il PD, come se fossero equivalenti sul piano della digeribilità per la propria base; 4) escludere ogni tipo di intesa con Forza Italia di Silvio Berlusconi, chiedendo a Salvini di mollarlo e al contempo al PD di abbandonare l’ex segretario Matteo Renzi al suo destino.

L’unico risultato di questa tattica è stato di ottenere la chiusura a un accordo di governo da parte di entrambe le coalizioni, quando con Salvini sembrava praticamente cosa fatta fino a otto giorni fa. La politica dei due forni di democristiana memoria è stata ridicola nei modi in cui è stata perseguita. Qui, Di Maio ha peccato di presunzione, forse tipica di chi alla tenera età di 31 anni si ritrova credibilmente a un passo dal guidare il governo di una delle principali potenze economiche del pianeta. Egli ha creduto di poter dettare legge in casa d’altri e di finanche umiliare politicamente due figure di ex premier – Berlusconi e Renzi – pur con tutti i difetti caratteriali e politici di questi ultimi. Si è illuso che Salvini potesse lavorare per farlo premier, rinunciando alla propria leadership del centro-destra appena conquistata e che la base del PD scalpitasse per stringere un accordo con l’M5S.

La cattiva gestione del successo elettorale

Ieri, preso atto di una sconfitta bruciante sul piano tattico-politico (il PD gli ha sbattuto la porta in faccia) ed elettorale, ha invitato il leader della Lega a salire insieme a lui al Colle per chiedere al presidente Sergio Mattarella le elezioni anticipate, come se il Carroccio fosse un suo alleato. Questo, dopo avere definito “pregiudicato” il Cavaliere. Salvini è effettivamente tentato di andare a nuove elezioni, ma perché ritiene di poterle vincere davvero, conquistando la maggioranza assoluta dei seggi. Lo stesso calcolo è stato fatto da Di Maio, che spera in cuor suo che gli italiani si freghino le mani dalla voglia di una nuova campagna elettorale in pochi mesi e che mandino i grillini al governo a furor di popolo.

Così l’ipocrisia di Di Maio farà arrivare un governo tecnico delle tasse

Le elezioni regionali, invece, ci stanno raccontando una realtà diversa, ovvero che gli italiani chiedono, anzitutto, di essere governati. I giochetti di partito non solo non interessano, ma indispongono. Li stanno facendo tutti, ma con una differenza sostanziale: Di Maio è l’unico che reclama la premiership senza alcuna alternativa, negando ogni possibile trattativa su nomi diversi dal suo per andare a Palazzo Chigi. Questo messaggio è stato recepito piuttosto negativamente dagli elettori, che vi vedono un egoismo che cozza con l’interesse generale di un’Italia che ha bisogno di ripartire in tutti i sensi per uscire da una crisi senza fine. Salvini viene ammirato sempre più per non avere anteposto (per astuzia?) la propria persona dinnanzi a tutto il resto. Dal confronto con i 5 Stelle, proprio per i toni concilianti, ne sta uscendo bene, contrariamente a un Di Maio ondivago e che è riuscito ancor prima di andare al governo a rinunciare a tutti i temi-chiave della campagna elettorale.

Di Maio rischia a eventuali elezioni anticipate

Da lui non sentiamo più parlare di reddito di cittadinanza, di contrastare l’Europa dei commissari, di rivendicare una politica estera autonoma dalle cancellerie straniere, di contrarietà alle sanzioni contro la Russia. Al contrario, al Quirinale ha cercato di accreditarsi pubblicamente come un sostenitore dell’Alleanza Atlantica (non lo aveva spiegato così agli elettori), delle istituzioni comunitarie e ha solidarizzato con l’America di Trump sull’intervento in Siria, praticamente non distinguendosi dalla politica estera sin qui seguita dall’ultimo governo Gentiloni, tanto per fare un paragone. I fumosi 10 punti del contratto, di cui vi avevamo parlato in un articolo precedente, altro non sono che vuote espressioni di intenti del tutto simili alle promesse elettorali di Lega e PD.

Se Di Maio guidasse l’M5S in una imminente seconda campagna elettorale, a differenza di marzo avrebbe perso la verginità politica, presentandosi al cospetto degli elettori come il leader che si è fatto votare il presidente della Camera da Forza Italia e che a sua volta ha fatto votare una berlusconiana di ferro al Senato. In più, a differenza di un Salvini rimasto praticamente uguale a quello della campagna elettorale scorsa, non potrebbe più giocarsi la carta del voto anti-sistema sui temi clou di Europa, pensioni ed euro, avendo segnalato in questi due mesi di essersi rimangiato tutto, pur di trovare la strada per Palazzo Chigi. Non dimentichiamoci, poi, che questa sarebbe la seconda volta in 5 anni che l’M5S arriva primo e non riuscirebbe a trasformare in fatti il successo elettorale. E, soprattutto, pare difficile inveire contro avversari politici ai quali si era chiesto il sostegno fino a poco prima per governare insieme. L’unico vero nemico pubblico dei 5 Stelle resterebbe Berlusconi. Ma Friuli e Molise hanno dimostrato che l’antiberlusconismo continua a non funzionare, esattamente come negli ultimi 25 anni. Anzi, ha persino smosso le acque in positivo per l’ex premier.

Di Maio minaccia Mediaset e Berlusconi parla di ricomprarsi il Milan

[email protected]

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Politica, Politica italiana