Volete la ripresa economica? Eliminate i politici

Tutti preoccupati per la stabilità politica, ma i dati dicono che l'economia va per conto suo. Tre paesi dimostrano che senza governo si può vivere, persino meglio.

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Tutti preoccupati per la stabilità politica, ma i dati dicono che l'economia va per conto suo. Tre paesi dimostrano che senza governo si può vivere, persino meglio.

Occhi puntati sulla Germania di Angela Merkel, che domenica scorsa ha rinnovato il Bundestag alle elezioni federali, consegnando alla cancelliera il quarto mandato, ma con il risultato peggiore dal 1949 per i suoi cristiano-democratici della CDU-CSU. Considerando che gli attuali alleati socialdemocratici dell’SPD siano sprofondati al 20,5%, il risultato più basso di sempre, e che questi si siano tirati fuori dalle trattative per una possibile riedizione della Grosse Koalition, ai conservatori non resterà che tentare di formare una maggioranza parlamentare con i liberali dell’FDP e i Verdi. In un articolo pubblicato ieri, vi abbiamo spiegato perché il quarto governo Merkel potrebbe rivelarsi confuso e senza una direzione precisa su ogni tema chiave. (Per approfondire, leggi qui: Scenario Jamaica in Germania, a Berlino regnerà solo tanta confusione)

Prima di formarlo il prossimo governo, tuttavia, la cancelliera e il suo partito dovranno passare per le forche caudine di un negoziato impostato per la prima volta su due tavoli, che si annuncia tutt’altro che breve. Potrebbero servire settimane, forse 2-3 mesi per trovare la quadra. Nel frattempo, i mercati testeranno gli umori e reagiranno di conseguenza, a seconda della sensazione sul tipo di esito percepito.

Senza governo si cresce lo stesso

C’è una buona notizia in tutto ciò: la crisi politica tedesca, apertasi ufficialmente con il crollo degli schieramento tradizionali e il boom degli euro-scettici del’AfD, non dovrebbe minimamente impattare sulla crescita economica della Germania, che quest’anno dovrebbe superare il 2%, trainando il pil di tutta l’Eurozona sopra tale soglia. Da qui a qualche settimana, sentirete appelli accorati di analisti politici, economisti, finanzieri a Berlino, affinché le parti si affrettino a trovare un’intesa, in una sorta di “fate presto” di italica memoria.

Vi diranno che le tensioni partitiche avranno conseguenze negative sul pil, che rischiano di spegnere la ripresa di tutta l’unione monetaria, che i mercati torneranno a bombardarci di spread. Non sarà così.

La prova di tanta nostra sicurezza? Belgio, Spagna e Olanda. Cosa hanno questi tre stati europei in comune tra di loro? Tutti e tre hanno attraversato fasi più o meno lunghe di stallo politico-istituzionale, anzi gli olandesi non ne sono ancora usciti. Procediamo con ordine. Era il 2010, quando il Belgio andava ad elezioni nel mese di giugno, dalle quali è uscito un Parlamento frammentato, senza che valloni e fiamminghi siano stati in grado di trovare un’intesa per formare il nuovo governo per ben 541 giorni, segnando un record negativo mondiale. Nonostante a Bruxelles montassero le preoccupazioni per l’assenza di un esecutivo nel pieno delle sue funzioni per un anno e mezzo, il pil crebbe nel 2010 del 2,7% e nel 2011 dell’1,8%. E dire che l’economia mondiale era appena uscita dalla più dura recessione dai tempi della Grande Depressione.

La Spagna ha rinnovato il suo Parlamento nel dicembre 2015, quando per la prima volta nella storia post-franchista, dalle urne non è emersa alcuna maggioranza chiara. Il Partito Popolare del premier uscente Mariano Rajoy si confermava primo, ma perdendo la maggioranza assoluta dei seggi e impossibilitato a trovare alleati sufficienti per formare il nuovo esecutivo. Risultato? Si sono rese necessarie nuove elezioni anticipate dopo 6 mesi, senza che ugualmente alcun partito ottenessero il 50% + 1 seggio. Le contrapposizioni tra centro-destra e socialisti bloccavano il Parlamento anche nei mesi seguenti e solo per evitare le terze elezioni in meno di un anno, i secondi si sono astenuti alla fine dello scorso anno, consentendo a Rajoy di ottenere formalmente un secondo mandato. In tutto questo sfacelo, dovremmo attenderci un tonfo degli investimenti stranieri, una fuga dei capitali all’estero, una caduta del pil. E, invece, la crescita economica nel 2016 è stata esattamente uguale a quella dell’anno precedente, ovvero del 3,2%, 4 volte superiore a quella dell’Italia.

(Leggi anche: Crescita economica senza governo, sfida possibile dimostrata dalla Spagna)

E l’Italia del “fate presto”?

E passiamo all’Olanda. Qui, si è votato a marzo e la destra euro-scettica di Geert Wilders non è riuscita a scalfire il primato dei liberali del premier Mark Rutte, mentre i laburisti sono crollati sotto il 10%, praticamente divenendo una forza politica marginale in Parlamento. Siamo ancora in attesa che il governo venga formato e non sappiamo nemmeno quali forze partitiche ne faranno parte. L’unica cosa certa che sappiamo è che il pil olandese è cresciuto del 3,8% su base annua nel secondo trimestre (dal +2,6% del primo trimestre), dell’1,5% rispetto ai primi 3 mesi dell’anno (da +0,6%). In pratica, l’economia olandese cresce a ritmi quasi doppi di quelli dell’intera Eurozona. (Leggi anche: Euro-scettici olandesi arrivano secondi, sinistra scomparsa)

Ora, potrebbe apparire persino frustrante per i politici, ma questi numeri evidenziano che sono inutili per l’andamento dell’economia. Sparissero pure, risucchiati da un vortice apertosi improvvisamente e dall’origine ignota, imprese, consumatori, lavoratori e investitori quasi non se ne accorgerebbero e se lo facessero, non modificherebbero evidentemente le loro scelte sul mercato. Un dato confortante, in attesa di conoscere di quante settimane o quanti mesi avremo bisogno noi italiani per formare il nuovo governo dopo le elezioni. Dunque, “fate presto” un corno. Volete vedere che senza un premier nel pieno dei poteri, avremo finalmente un po’ di crescita?

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