Vogliono far morire il calcio italiano per dare sfogo alla frustrazione popolare

Serie A capro espiatorio di un'economia italiana al collasso. Cresce il rischio di crac.

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Serie A sempre più in crisi

Il mancato match Juventus-Napoli all’Allianz Stadium di Torino verrà ricordato a lungo. Segna un brutto colpo per il calcio italiano. La Serie A si è ritrovata a rinunciare a una delle sue sfide stagionali più attese, scontrandosi con le autorità pubbliche. Il governo ha difeso l’Asl di Napoli, che aveva imposto l’obbligo di isolamento domiciliare ai giocatori partenopei. Il regolamento della Lega prevederebbe la sospensione delle partite solamente quando almeno 13 calciatori in una squadra risultano positivi al test anti-Covid. Da parte sua, Aurelio De Laurentiis sarebbe incorso in rischi penali nel caso di inottemperanza alle decisioni dell’Asl.

Juventus-Napoli e l’Italia che si avvia in silenzio verso il secondo lockdown

Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha dichiarato che la priorità per il governo sia tenere le scuole aperte, non il calcio. Questa affermazione è volutamente demagogica e punta a delineare nell’immaginario pubblico uno scontro tra il diritto alla salute e le ragioni dell’economia. Quale migliore occasione di far pendere la bilancia a favore del primo, attaccando lo “showbusiness” del calcio? In fondo, gli stipendi plurimilionari di calciatori e allenatori sono il capro espiatorio perfetto per una popolazione stremata da mesi di “lockdown” e restrizioni varie.

Ma la Serie A non sono i 30 milioni netti all’anno di ingaggio per Cristiano Ronaldo. O almeno, non solo quello. E’ un comparto della nostra economia, che ormai fattura più di 2,7 miliardi di euro a stagione, senza considerare l’indotto. Il calcio smuove milioni di persone ogni settimana, tra abbonamenti TV, ingressi agli stadi, cene ai ristoranti per seguire le partite in comitiva, gadget, giornali, web, etc. E’ un pezzo della nostra economia, che qualcuno ai piani alti ha scelto deliberatamente di punire per trovare una valvola di sfogo alla crescente frustrazione degli italiani, sempre più disillusi riguardo al loro futuro e sempre meno inclini a tollerare i successi altrui.

A rischio i fondi privati nella Serie A

Le tensioni tra Juventus e Napoli cadono in un momento molto delicato per il calcio italiano. L’assemblea di Lega del 9 ottobre deciderà sull’ingresso dei fondi privati nella media company creata per la gestione dei diritti TV. L’offerta apparentemente più allettante per i club sarebbe quella presentata da CVC, Advent e FSI. E’ di 1,625 miliardi di euro per ottenere il 10% del capitale e la metà dei rappresentanti nel board. Liquidità fresca che entrerebbe subito nelle casse della Serie A e che darebbe alla Lega un maggiore potere negoziale alla prossima asta per l’assegnazione dei diritti nel triennio 2021-2024. Non avendo più l’acqua alla gola, si potrebbe permettere di scegliere tra le offerte con più calma e le buste le arriverebbero probabilmente già più pesanti.

Rivoluzione Serie A: sì alla media company, ecco cosa cambia per il calcio italiano

Ma se il Napoli era già diffidente verso questa svolta epocale per il calcio italiano, così come la Lazio di Claudio Lotito, figuratevi adesso. Le tensioni sul mancato match rischiano di trasferirsi in assemblea e di procrastinare la nascita della media company. Eppure, le società hanno bisogno di denaro sonante, ora che gli stadi chiusi le privano di ricavi ai botteghini. Il calciomercato europeo quasi paralizzato di queste settimane è stato la spia delle difficoltà che un po’ tutto il calcio continentale sta attraversando con l’emergenza Covid.

Intendiamoci, se facessimo un sondaggio, emergerebbe che la quasi totalità degli italiani non percepirebbe il calcio come una priorità in questa fase. E nessuno pretende che il pallone se ne infischi delle vite umane e che rotoli sui campi verdi come se nulla fosse. Ma non vale neppure il pensiero contrario di chi vorrebbe sacrificare la Serie A per ragioni che esulano dalla stretta lotta alla pandemia e che hanno tutto il sapore di una “vendetta” delle istituzioni contro il calcio.

Qualcuno sta soffiando su rabbia e paure popolari per placarne la portata e rivolgerle contro un obiettivo facile e al contempo extra-politico. Il calcio è vittima di decenni di invidie sociali e represse sedimentate.

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