Vivendi vuole abbattere Berlusconi in tribunale, ma punta anche a TIM e Mediobanca

Mediaset supera lo scoglio dei diritti di recesso, ma Vivendi darà battaglia in tribunale contro Fininvest. E la partita della famiglia Bolloré si allarga a TIM e forse anche a Mediobanca.

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Mediaset supera lo scoglio dei diritti di recesso, ma Vivendi darà battaglia in tribunale contro Fininvest. E la partita della famiglia Bolloré si allarga a TIM e forse anche a Mediobanca.

Nessun esercizio del diritto di recesso. In attesa che la posizione del gruppo francese venga ufficializzata entro la fine di questa settimana, pare proprio che Vivendi abbia scelto di non esercitare il diritto di recesso entro la scadenza del 21 settembre scorso, legato alla nascita della holding in Olanda Media For Europe, nella quale confluiranno Mediaset e la controllata spagnola Mediaset Espana, oltre alla tedesca ProSiebenSat. Sarebbe stato un brutto scherzo per la famiglia Berlusconi, perché l’operazione mesi fa era stata lanciata con la previsione di un tetto massimo di 180 milioni di euro per l’acquisizione delle azioni eventualmente liberate dai soci di minoranza. Ma si pensi che, alle quotazioni attuali, il solo pacchetto in mano a Vivendi per la parte fino al 10% (quella eccedente è stata convogliata nella Simon Fiduciaria su ordine dell’AgCom) varrebbe sopra i 300 milioni.

Così il governo giallorosso consegnerebbe Mediaset ai francesi di Vivendi

Ma il mancato sgambetto dei francesi è stato dovuto non a una cortesia, quanto alla presa d’atto che nei giorni scorsi, onde sventare il maldestro tentativo di Vincent Bolloré di fare saltare l’operazione, la stessa Mediaset con il fondo Peninsula aveva annunciato lo stanziamento di risorse fino a 1 miliardo di euro per rilevare le azioni dall’eventuale recesso dei soci. Insomma, i francesi avevano capito che la loro trappola sarebbe saltata e per questo puntano a combattere lo spostamento della sede in Olanda in tribunale. Motivo? Serve solo a blindare il controllo di Fininvest su Mediaset, cioè a stanare sul nascere qualsiasi velleità proprio di Vivendi, attraverso l’assegnazione ai soci di azioni con diritto di voto speciali fino a 10 volte per ciascun titolo detenuto, a seconda dell’anzianità nel capitale.

In pratica, più si è soci storici di Cologno Monzese e più numerosi i diritti di voto in assemblea per ciascuna azione.

Vivendi contesta anche la delibera con cui Mediaset Espana ha approvato la fusione. Pertanto, prima udienza spagnola a inizio ottobre e in Olanda alla metà del mese prossimo. Ma la battaglia della famiglia Bolloré non si limita a Mediaset. Il suo gruppo detiene anche il 23,4% di TIM, di cui hanno perso il controllo nella primavera dello scorso anno, quando il fondo Elliott si alleò con la CDP e spodestò i francesi dal consiglio di amministrazione. Intenta a riprendersi la guida della compagnia, Vivendi adesso chiede la conversione di oltre 6 miliardi di azioni di risparmio, che oggi valgono sui 3,3 miliardi di euro, il 28% dell’intero capitale azionario. La finalità della richiesta appare chiara: rimescolare le carte nell’assemblea dei soci, così da ambire credibilmente a riconquistarne la maggioranza.

Il fattore politico

Dove non riuscisse ad arrivare con le proprie forze, Vivendi si affiderebbe al governo giallorosso, a cui guarda con grande interesse, non fosse altro che per la natura filo-francese di questa nuova maggioranza parlamentare a sostegno del governo Conte bis. C’è un problema: il governo italiano adesso è vicino al presidente francese Emmanuel Macron, ma Vivendi non ha relazioni amichevoli con l’Eliseo. Chissà che l’ostacolo non venga superato grazie a Mediobanca, dove la famiglia del finanziere bretone detiene il 7,86% attraverso Financière de l’Odet. A Piazzetta Cuccia sono in corso giochi di equilibrio, con Leonardo Del Vecchio ad essere salito al 6,94% del capitale, dietro solo all’8,81% di Unicredit e alla quota francese, appunto.

A questo punto, le azioni di Bolloré appaiono potenzialmente determinanti per spostare gli equilibri in Mediobanca, la quale detiene il 13% di Generali, compagnia nel mirino da tempo di finanza e politica in Francia. Unicredit, guidata dal francese Jean-Pierre Mustier, sarebbe favorevole all’uscita dal Leone di Trieste e Mr Luxottica, già in possesso del 4,86% di quest’ultimo, punterebbe proprio a scalfire il potere dell’istituto nella compagnia, avvalendosi del sostegno nel capitale di questa del 5% di Francesco Gaetano Caltagirone e del 4% dei Benetton.

E se Vivendi desse manforte ai piani di Del Vecchio, in cambio di un ingresso in Generali, magari stringendo un patto di sindacato con il nucleo di azionisti italiani? A quel punto, chissà che l’Eliseo non benedirebbe l’operazione e magari sosterrebbe l’investitore transalpino anche nelle altre campagne nel Bel Paese.

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