Luigi Di Maio in versione Dc rischia di bruciarsi con la sua politica dei due forni

La spregiudicatezza di Luigi Di Maio nelle trattative per il governo segnala rischi elevati per il Movimento 5 Stelle, che non dispone dei numeri per tentare una strategia da mazziere. La politica dei due forni potrebbe rivelarsi un boomerang.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La spregiudicatezza di Luigi Di Maio nelle trattative per il governo segnala rischi elevati per il Movimento 5 Stelle, che non dispone dei numeri per tentare una strategia da mazziere. La politica dei due forni potrebbe rivelarsi un boomerang.

Il ricompattamento del centro-destra, che alle seconde consultazioni di questa settimana salirà al Quirinale con un’unica delegazione, ha sparigliato le carte. Luigi Di Maio, candidato premier per il Movimento 5 Stelle, sembrava ormai certo che l’alleanza tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi si sarebbe sfarinata, tanto da avere azzardato una frase, che potrebbe essergli costata moltissimo in termini politici, allorquando uscendo dal colloquio con il presidente Sergio Mattarella, si era spinto giovedì scorso a non riconoscere il centro-destra come coalizione. Il risultato ottenuto è stato controproducente: Salvini si è stretto attorno a Berlusconi, intuendo che l’unico vero obiettivo di Di Maio consiste nel diventare premier con i voti di una Lega emarginata al ruolo di junior partner della coalizione di governo, facendo pesare il 32% grillino contro il 17% del Carroccio.

Per uscire dall’angolo in cui si era cacciato, Di Maio ha spolverato la politica dei due forni di democristiana memoria, ovvero dialogando sia con la Lega che con il PD. Venerdì scorso, il 31-enne scalpitante ha rilasciato un’intervista per Repubblica, nella quale invitava il Nazareno a deporre l’ascia di guerra per senso di responsabilità, cercando così di formare un governo per l’Italia e aprendo clamorosamente persino a Matteo Renzi, l’ex segretario dem odiato dai grillini forse alla pari con Berlusconi.

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La politica dei due forni di Di Maio in stile Dc

Dal PD è arrivato un due di picche. Aperture sono giunte solo da Dario Franceschini, desideroso come pochi di non mollare il ministero, mentre Matteo Orfini e lo stesso Renzi hanno definito “strumentale” e “ambiguo” il contratto offerto dai pentastellati. Insomma, nessun governo con l’M5S. A questo punto, ennesima giravolta di Di Maio, che appellandosi a Salvini, gli ha chiesto esplicitamente di mollare Forza Italia, partito da cui non potrebbe arrivare il cambiamento, ha spiegato.

Ieri, il centro-destra ci ha messo del suo, quando al vertice dei tre leader se n’è uscito con un comunicato congiunto, che ha ribadito l’indicazione del leghista come premier al Quirinale, suggerendo al capo dello stato che cercherà i voti mancanti per governare in Parlamento. Difficile che Mattarella accetti un simile ragionamento e incarichi al buio. Servirebbero segnali almeno semi-espliciti da parte del PD, che non arrivano. Lo stesso Salvini ha smentito una tale opzione dal suo profilo social, generando confusione e screzi a distanza con l’alleata Giorgia Meloni, che sempre a mezzo social confermava la linea espressa nel comunicato. E allora, Di Maio scopre a sue spese di avere tirato troppo la corda, che Salvini, forte della coalizione vincitrice delle elezioni alle sue spalle, è e resta il mazziere anche di queste seconde consultazioni.

A questo punto, o anche il grillino compie un passo indietro e rinuncia a fare il premier, oppure resterà vittima delle due stesse ambizioni, quando verosimilmente Mattarella sarà costretto a indicare una figura super partes, che avalli un governo di tutti. Non a caso, né Salvini e né Di Maio si dicono disponibili ad ammucchiate, ma affinché queste non si realizzino, risulta necessario che o il primo accetti di sostenere un governo a guida Di Maio o di terzi senza i suoi alleati, oppure il secondo rinunci al veto contro Berlusconi. Difficile che accada l’una o l’altra cosa. Poiché i numeri hanno la testa dura, l’M5S potrà giocare a fare il duro quanto vuole, ma rischia di uscire distrutto dai colloqui al Colle.

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I numeri non depongono in favore di Di Maio

Se si alleasse con tutto il PD e Liberi e Uguali, Di Maio disporrebbe di 347 seggi alla Camera e di 173 al Senato, rispettivamente 31 e 15 in più della stretta maggioranza assoluta. Affinché tale scenario si realizzi, dovrebbero contraddire la linea ufficiale del PD almeno il 72% dei deputati e il 74% dei senatori dem. In altre parole, senza un chiaro placet da parte di Renzi o del successore Maurizio Martina, nessun governo con i grillini sarebbe possibile. Quanto al centro-destra, per andare al governo gli basterebbe che a tradire la linea ufficiale fossero il 50% dei deputati e il 40% dei senatori dem. Nemmeno in questo caso pochi, ma sempre molti meno dei numeri di cui avrebbero bisogno i grillini.

Le probabilità che a Palazzo Chigi entri uno tra Salvini e Di Maio restano basse, ma mentre il leader leghista sta uscendo rafforzato da queste prime settimane post-elettorali come immagine unificante tra istanze politiche contrapposte, i distinguo e la politica dei due forni del grillino stanno confermando verso l’M5S i vecchi pregiudizi di inaffidabilità del passato. Del resto, non puoi contrattare con Berlusconi la spartizione delle presidenze delle Camere, eleggere una sua fedelissima al Senato solo per strappare Roberto Fico alla Camera e uscirtene il giorno dopo non riconoscendo proprio la figura politica di Berlusconi con i soliti toni sprezzanti degli anni passati. Non si può nemmeno pretendere che altri si coalizzino per formare un governo attorno all’M5S, ma stando solo ed esclusivamente alle sue condizioni, scegliendo il premier, i ministri e persino indicando loro chi potranno o meno imbarcare in questa avventura.

Di Maio si mostra un leader spregiudicato, quasi un novello Renzi in salsa tenuamente populista, ma anche forse fin troppo tronfio di sé per non capire quali siano i limiti della propria azione di manovra. Una ragione di tanto scalpitare c’è: se perde questo treno per Palazzo Chigi, non ne avrà forse più un altro, perché al suo posto si scalderebbe subito Alessandro Di Battista. Al contrario, Salvini può attendere, anzi ha tutta l’intenzione di farlo, consapevole che meglio una gallina domani che un uovo indigesto oggi. E così, se Renzi avrà tutta la convenienza nel fare rosolare Di Maio a fuoco lento, non rispondendo alla sua chiamata e spingendolo tra le braccia di Salvini, a sua volta legato a Berlusconi, la stessa Lega verosimilmente non indietreggerà rispetto alla sua posizione di “fedeltà” alla coalizione, dividendo i grillini e magari ambendo a spingerli a sinistra, dove tra n Luigi umeri scarsi e incompatibilità programmatiche rischiano di deludere gli elettori ancor prima di andare al governo. Di Maio pensa di essere un moderno Re Sole della politica italiana, ma dimentica di non avere alcuna maggioranza numerica con sé in Parlamento. E alzare la voce fingendo di avere tutti sotto i propri piedi non gli servirà a nulla.

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Argomenti: Politica, Politica italiana

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