Venti di guerra in Siria: cosa potrebbe accadere all’economia? Intanto salgono oro e petrolio

L'escalation militare in Medio Oriente porterebbe a impennata di greggio e oro. Facciamo il punto sugli scenari economici che si potrebbero aprire nel caso di un attacco degli americani

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L'escalation militare in Medio Oriente porterebbe a impennata di greggio e oro. Facciamo il punto sugli scenari economici che si potrebbero aprire nel caso di un attacco degli americani

Una nuova guerra nel Medio Oriente potrebbe scuotere gli equilibri politici della regione ed economici del pianeta. La Siria del presidente Bashir al Assad è accusata dagli USA e dalla Gran Bretagna di avere utilizzato armi chimiche per sterminare centinaia di oppositori alla periferia della capitale. Un evento controverso, come chiarisce il nostro ministro degli Esteri, Emma Bonino, perché il gas utilizzato non lascerebbe tracce dopo solo pochi minuti dal suo impiego.

In ogni caso, la Casa Bianca si attende un rapporto domani, che dovrebbe confermare i timori degli americani. Un attacco Usa alla Siria immediato è escluso. Washington cercherà formalmente l’appoggio dell’Onu per intervenire a Damasco, così come una rete di alleanze internazionali, tra europei e mondo arabo, nonché almeno la non ostilità di Mosca. Passeranno giorni, forse settimane, prima che il presidente Barack Obama pigerà il bottone per fare scattare l’intervento militare. Sul fronte dell’economia, i segnali di un forte nervosismo sui mercati ci sono già. Ieri, le borse europee hanno chiuso in calo e Milano si è confermata maglia nera, chiudendo a -2,34%, con i bancari travolti anche per la crisi politica interna. In risalita lo spread BTp-Bund a 10 anni, che in corso di seduta è tornato ad affacciarsi a quota 260 punti base (Chiusura Borsa Milano: la Siria e il debito Usa mandano ko l’Ftse Mib).

Un assaggio delle tensioni internazionali lo si è avuto anche nel collocamento dei 2,98 miliardi di euro in CTz 30 giugno 2015, il cui rendimento medio lordo è risultato in lieve rialzo rispetto all’asta precedente. Un segnale preoccupante, in vista delle aste di BoT e BTp, tra oggi e domani (Titoli di stato, assegnati CTZ e BTP€i per 4 miliardi. 120 mld di debito in scadenza entro fine 2013)

Intanto, le quotazioni del greggio sono cresciute mediamente del 3%.

In particolare, il Wti ha chiuso ieri a 109,01 dollari al barile, 3,01 dollari in più della seduta precedente (+2,835). Peggio ha fatto il Brent europeo, le cui quotazioni sono cresciute in una sola seduta di 3,63 dollari al barile, pari al +3,17%.

Come sempre accade, quando i mercati annusano aria di instabilità e di tensioni geo-politiche, anche l’oro ha risentito dei venti di guerra e si è apprezzato del 2%, toccando i 1.420 dollari l’oncia (Petrolio Wti ai massimi da 2 anni: la crisi siriana spinge il prezzo del greggio).

 

Prezzo oro e prezzo petrolio: gli scenari che si potrebbero aprire a seguito della crisi siriana

Finora, tuttavia, una vera impennata del greggio e dell’oro non c’è stata, anche perché l’attesa rialzista dei tassi negli USA e in Europa gioca contro un loro eccessivo apprezzamento. Ma c’è un fattore geo-economico che potrebbe frenare di gran lunga la corsa del petrolio, anche nel caso si concretizzasse l’attacco anglo-americano.

La Siria è sì produttrice di petrolio, ma negli ultimi anni ha fortemente limitato le sue esportazioni, sia per l’aumento della domanda interna, sia perché non ha incrementato la produzione dei suoi 130 pozzi, che nel frattempo non sono cresciuti di numero. E’ vero, però, che dietro Damasco ci sono l’Iran, la Cina e la Russia. Tutti paesi che producono petrolio, anche se Pechino è un importatore netto e Teheran, nonostante la bellicosità dei suoi ayatollah e dei suoi governi, non potrebbe certo permettersi di ridurre le vendite all’estero di greggio e gas, che rappresentano l’80% degli introiti complessivi del suo export.

La stessa Mosca, poi, difficilmente diminuirebbe la produzione di petrolio per rappresaglia contro l’Occidente, anche perché da essa dipende gran parte della sua crescita e le conseguenze sarebbero negative per i partner europei, non certamente in prima fila a invocare un intervento militare contro il regime siriano.

Infine, una considerazione.

Il nemico dell’Iran (considerato il protettore dei siriani) nel mondo arabo si chiama Arabia Saudita, uno dei maggiori esportatori di greggio. Non è escluso che pur di non creare contraccolpi all’Occidente, Riad aumenti la produzione, in modo da frenare la crescita delle quotazioni. Sarebbe un favore a sé stessa, visto che Europa e America potrebbero intervenire più a cuor leggero nel difficile scenario siriano, di fatto eliminando dallo scacchiere mediorientale uno dei maggiori sostenitori della repubblica islamica degli ayatollah, il regime di Damasco.

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