Venezuela, thriller sul primo default: colloqui con creditori al via

Trattative al via in Venezuela con i creditori privati per evitare il default, mentre con la Russia è già accordo per la ristrutturazione del debito.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Trattative al via in Venezuela con i creditori privati per evitare il default, mentre con la Russia è già accordo per la ristrutturazione del debito.

Al via da oggi le trattative tra il governo di Caracas e i creditori privati, invitati a partecipare al primo round delle negoziazioni, che riguarderanno bond emessi dal Venezuela e da società statali per complessivi almeno 52 miliardi di dollari. A presiedere al tavolo vi è il vice-presidente Tarek El Aissami, che gli USA accusano esplicitamente di essere a capo di un cartello della droga. I creditori che incontreranno da oggi i rappresentanti del governo non hanno idea di cosa verrà loro proposto. Nei giorni scorsi, il presidente Nicolas Maduro si è limitato semplicemente a parlare di necessaria “ristrutturazione” del debito, senza nemmeno chiarire a quale stesse riferendosi, se solo a quello statale o anche delle società controllate. Una di questa, la società elettrica Corpoelec, ha formalmente fatto scattare il default giovedì scorso, quando sono scaduti i 30 giorni del periodo di grazia, in relazione a una cedola da 28 milioni su un bond emesso per 650 milioni da Electricidad de Caracas, compagnia privata nazionalizzata un decennio fa dallo stato. Tuttavia, sul punto esiste estrema confusione, perché organi di stampa locali sostengono che la società avrebbe rispettato la scadenza, pur in extremis. (Leggi anche: Come l’America di Trump farebbe scattare il default del Venezuela)

In tutto, il mese scorso sono stati saltati pagamenti per complessivi 350 milioni di dollari, anche se il loro periodo di grazia deve ancora giungere a termine nei prossimi giorni, successivamente ai quali, stante l’inadempienza degli emittenti, scatterebbe anche in quei casi il default. E l’Institute of International Finance (Iif) ha riunito i creditori per decidere come valutare il pagamento parziale di una scadenza da 1,2 miliardi della settimana scorsa e ad opera della compagnia petrolifera statale PDVSA. Affinché il default venga ufficialmente attivato, risulta necessario che venga richiesto da almeno il 25% dei creditori di quella obbligazione saltata.

Intanto, il presidente Maduro ha annunciato il raggiungimento di un accordo con la Russia per la ristrutturazione di 3 miliardi di debito sugli 8 complessivamente dovuti da Caracas a Mosca. I termini del nuovo accordo, ha dichiarato il ministro delle Finanze russo, Anton Siluanov, sono stati accettati dalla controparte. I russi hanno finanziato per 10 miliardi negli ultimi 3 anni il governo di Maduro, il quale è esposto per altri 28 miliardi verso la Cina, dopo che Pechino ha erogato a sua volta prestiti per 60 miliardi nell’ultimo decennio. La ristrutturazione consentirebbe a Caracas di onorare le imminenti scadenze, compreso il pagamento parzialmente saltato su un bond di PDVSA nei giorni scorsi. E proprio oggi scadono interessi su un bond sovrano da 300 milioni.

Default Venezuela scatterà?

Insomma, il Venezuela passa di scadenza in scadenza senza liquidità. Tra le sue riserve detiene appena 9,8 miliardi, di cui i tre quarti in oro. Ad aggravare la situazione vi è la produzione di petrolio calante, che amplifica il tracollo delle quotazioni negli ultimi anni, pur in ripresa nelle ultime settimane. Il petrolio rappresenta praticamente l’unico bene esportato dal paese andino, ovvero l’unica fonte di accesso ai dollari, necessari per effettuare importazioni in un’economia dove non si produce quasi nulla. E, in effetti, si registra una carenza di beni stimata in non meno del 68%, vale a dire che mancherebbero sugli scaffali dei negozi oltre due beni su tre.

Resta da chiedersi se Maduro farà davvero scattare il default sovrano o della controllata petrolifera. La sensazione è che il presidente non abbia pratiche alternative, anche perché la sua popolazione è già allo stremo da mesi. E approfitterebbe delle sanzioni finanziarie imposte dagli USA, che vieta a banche e società americane di erogare finanziamenti ad entità venezuelane, per dichiarare l’inevitabile, addossando la responsabilità alla “guerra imperialista” di Washington contro Caracas. Più difficile, invece, che il default venga fatto scattare per PDVSA, i cui debiti sono stati garantiti con gli assets della controllata Citgo, raffineria con sede nel Texas, già al 49,9% in mano ai russi di Rosneft. (Leggi anche: Il Venezuela ristruttura il debito, ma non allontana la crisi)

 

 

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Argomenti: Altre economie, bond sovrani, Crisi del Venezuela, Crisi paesi emergenti, economie emergenti, valute emergenti