Venezuela stremato vende l’oro, ma default stavolta è davvero vicino

Venezuela al collasso, vende l'oro per incassare liquidità e le riserve si prosciugano. Intanto, già venerdì rischia il default.

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Venezuela al collasso, vende l'oro per incassare liquidità e le riserve si prosciugano. Intanto, già venerdì rischia il default.

Si aggrava irrimediabilmente la crisi finanziaria ed economica nel Venezuela e le ultime novità comunicate dal deputato di opposizione, Angel Alvarado, lasciano presagire il peggio. Il governo di Caracas avrebbe fatto scadere un contratto di “swap” siglato l’anno scorso con Deutsche Bank, vendendo così alla banca tedesca 36,9 tonnellate di oro, pari a 1,3 milioni di once e che ai prezzi attuali varrebbero circa 1,7 miliardi di dollari.

Il paese andino aveva ricevuto nel 2016 un prestito da 1,2 miliardi, cedendo in garanzia il suddetto oro, per cui questo mese avrebbe dovuto o restituire il finanziamento o vendere definitivamente i lingotti. Non avendo la liquidità necessaria per percorrere la prima strada, ha dovuto semplicemente rinunciare all’oro, incassando la differenza di 500 milioni da parte dei tedeschi. Una cifra, che in queste settimane è fondamentale per la sopravvivenza finanziaria del Venezuela, per quanto non sufficiente. (Leggi anche: Venezuela, settimana da incubo fra rimborso bond e rischio default)

Tra ottobre e novembre arrivano in scadenza bond sovrani e di PDVSA per 2 miliardi, ai quali si sommano interessi per 1,5 miliardi. Tuttavia, a fronte di tali impegni, Caracas dispone di riserve liquide per appena mezzo miliardo tra i 9,8 miliardi di dollari totali delle riserve in valuta straniera. Il governo di Nicolas Maduro ha, pertanto, già saltato pagamenti per un totale di 586 milioni su sette bond, per i quali è previsto un periodo di grazia di 30 giorni, solo decorso il quale scatterebbe formalmente il default. Già dopodomani, però, scade un bond della compagnia petrolifera statale PDVSA da 985 milioni e per il quale non è previsto alcun periodo di grazia. Il pagamento sarà saltato, un fatto che potrebbe minare la residua capacità finanziaria di Caracas, visto che così la compagnia rischia di dovere fermare l’unica attività che consente al paese di incassare dollari con le esportazioni: le estrazioni petrolifere.

Secondo Ecoanalitica, la compagnia avrebbe approvato l’esborso dei fondi necessari a pagare la scadenza di venerdì, relativamente sia al capitale che agli interessi. Se così fosse, almeno per il momento sarebbe evitato il default, anche se il 2 novembre vi sarebbe già un altro onere da 1,2 miliardi da fronteggiare.

Si consideri che l’obbligazione è garantita dalla controllata Citgo, raffineria con sede nel Texas, che nel caso di mancato pagamento verrebbe presa in possesso per il 50,1% dai creditori.

Altro oro in vendita?

La situazione è molto delicata. Non possiamo escludere che nel tentativo disperato di ottenere ulteriore liquidità, Maduro non disponga la cessione di nuove tonnellate di oro (ne possiede ancora 188 tonnellate, al netto o al lordo di quelle appena cedute a Deutsche Bank). Uno “swap” simile era stato siglato già nel 2015 con Citigroup, mentre nei mesi scorsi si era speculato su altrettanti contratti con Goldman Sachs, Credit Suisse e Bank of America – Merill Lynch.

La gravità della crisi è rispecchiata anche dal caotico mercato dei cambi: quello illegale scambia un dollaro contro 42.144 bolivares, mentre il tasso ufficiale resta fissato a un ridicolo 1:10. Nonostante la banca centrale stampi moneta a ritmi esponenziali, provocando un’inflazione non inferiore al 740% e stimata fino al 2.400% annuo a settembre da alcuni analisti indipendenti (i dati ufficiali non vengono più pubblicati), paradossalmente nel paese manca il cash, perché i dollari per importare beni e servizi sono praticamente inesistenti e i consumatori si precipitano a liberarsi del bolivar in fretta, anticipandone il crollo di valore.

A rischio persino il petrolio

A limitare le capacità finanziarie già ristrettissime di Caracas sembrano essere anche le ripercussioni negative che l’assenza di dollari sta avendo sulle esportazioni di petrolio. Il Venezuela estrae greggio ad alto contenuto di zolfo e necessita di greggio “leggero” americano per miscelarlo e rivenderlo sui mercati esteri. Tuttavia, non avendo la possibilità di acquistarlo, la qualità dell’unica risorsa esportata nei fatti si sta deteriorando e con essa anche le vendite stesse, alimentando un circolo vizioso, sul quale s’insinuano le sanzioni USA, comminate dall’amministrazione Trump ad agosto per le ripetute violazioni dei diritti umani da parte del regime “chavista”. Washington ha ordinato alle proprie società e banche di non fornire l’accesso ai dollari a Caracas.

Ai prezzi attuali, i cds prezzano il rischio default al 99% entro i prossimi 5 anni e al 75% entro i prossimi 12 mesi. Il punto è che Maduro ha segnalato di essere insensibile alle gravissime sofferenze patite dai 30 milioni di venezuelani, letteralmente affamati per la carenza estrema di beni disponibili. Il paese potrebbe continuare a pagare i suoi debiti per ancora altre settimane o mesi, finendo per strangolare del tutto l’economia nazionale già collassata. (Leggi anche: Venezuela, da medici a prostitute in fuga verso la Colombia)

 

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