Il Venezuela sarà la Siria del Sud America, ecco perché

Le proteste di massa in Venezuela hanno assunto proporzioni gigantesche, oltre che preoccupanti per le violenze che si stanno scatenando nel paese sudamericano. Nelle ultime tre settimane, 12 manifestanti sono rimasti uccisi dagli agenti di polizia del regime chavista di Nicolas Maduro, tra cui un ragazzino di 17 anni, colpito da una pallottola forse vagante […]

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le proteste di massa in Venezuela hanno assunto proporzioni gigantesche, oltre che preoccupanti per le violenze che si stanno scatenando nel paese sudamericano. Nelle ultime tre settimane, 12 manifestanti sono rimasti uccisi dagli agenti di polizia del regime chavista di Nicolas Maduro, tra cui un ragazzino di 17 anni, colpito da una pallottola forse vagante […]

Le proteste di massa in Venezuela hanno assunto proporzioni gigantesche, oltre che preoccupanti per le violenze che si stanno scatenando nel paese sudamericano. Nelle ultime tre settimane, 12 manifestanti sono rimasti uccisi dagli agenti di polizia del regime chavista di Nicolas Maduro, tra cui un ragazzino di 17 anni, colpito da una pallottola forse vagante dei poliziotti, quando non stava nemmeno manifestando, ma si trovava nel posto sbagliato e al momento sbagliato. L’allarme è tale, che il presidente sta cercando di riattivare le trattative con le opposizioni, le quali hanno proclamato da giorni ormai “la madre di tutte le proteste”, riuscendo a portare nelle piazze delle grandi città fino a 6 milioni di persone in un solo giorno, che per un paese di 30 milioni di abitanti appaiono davvero un numero impressionante.

Il Venezuela è sprofondato in una crisi economica drammatica, di cui non si vede, però, la fine. La banca centrale dispone poco più di 10 miliardi di dollari di riserve valutarie, di cui il 70% in oro, ovvero nemmeno prontamente liquide. Non esiste più valuta pesante per effettuare le importazioni, per cui la produzione interna è praticamente semi-scomparsa, oberata anche dai prezzi amministrati, che rende la vendita di svariati beni primari non conveniente, in quanto sottocosto. E questo, in un’economia con un’inflazione tendente forse a superare quest’anno la soglia del 1.000% appare ancora meno sostenibile. (Leggi anche: Crisi Venezuela, petrolio sequestrato da creditori russi)

Venezuela come la Siria

La fame è così dilagante, che si calcola che i tre quarti dei venezuelani avrebbe perso la media di 9 kg a testa di peso nel 2016. Molti arrivano a mangiare anche una sola volta al giorno, non riuscendo a trovare alcunché al supermercato. E’ della settimana scorsa la notizia del sequestro dello stabilimento della General Motors nella regione di Valencia, dove la casa automobilistica americana opera da circa 70 anni, impiegando quasi 2.700 dipendenti. (Leggi anche: Crisi Venezuela, sequestrato stabilimento General Motors)

L’amministrazione Trump è tentata dall’intervenire per placare una situazione ormai sfuggita di mano e per la quale nemmeno la mediazione di Papa Francesco da mesi riesce a sbloccare il clima di guerra civile interno al paese. E c’è una ragione, per cui probabilmente Washington ha paura di andare oltre alle condanne verbali della brutalità del regime socialista di Maduro. Non parliamo della donazione da 500.000 euro effettuata dal governo di Caracas all’organizzazione per la celebrazione dei festeggiamenti per l’insediamento di Trump alla presidenza, il 20 gennaio scorso, segno evidente di tentativo di ingraziarsi la nuova amministrazione USA, quanto alla prospettiva che il paese sudamericano si trasformi in una sorta di Siria dell’America Latina.

Venezuelani non avranno facilmente aiuto dall’esterno

Giudizi esagerati? Il Venezuela, come la Siria di Bashar al-Assad, è un alleato della Russia di Vladimir Putin, oltre che dell’Iran degli ayatollah, essendosi scoperto in questi mesi di un giro di migliaia di passaporti venduti a miliziani hezbollah siriani sin dal 2000, ovvero subito dopo l’arrivo al potere di Hugo Chavez, quando tra i funzionari del regime vi era già l’attuale vice-presidente Tareck el-Aissami, sospettato dagli USA di essere persino a capo di un contrabbando internazionale di droga. Nei giorni scorsi, sono arrivati anche arresti di funzionari governativi per il caso, un palliativo per allontanare dal regime le ombre di un coinvolgimento diretto. E il Venezuela deve la sua sopravvivenza finanziaria alla Cina, che nell’ultimo decennio gli ha prestato 60 miliardi di dollari, di cui una ventina ancora da restituire. (Leggi anche: Prestiti Cina in forse, giallo in una Caracas senza dollari)

Se la situazione degenerasse e si dovesse rendere necessario un intervento esterno per riportare almeno la calma, Trump potrebbe ritrovarsi a sostenere le opposizioni al regime, quando Putin, iraniani e cinesi sosterrebbero senza ombra di dubbio Maduro e il suo entourage. Si riprodurrebbe in America Latina lo stesso scontro interno alla Siria e che in altri termini si sta verificando anche in Asia con la Corea del Nord.

Sarebbe davvero complicato persino per un presidente così muscolare aprire un ennesimo capitolo di scontro geo-politico in poche settimane o pochi mesi con altre potenze come Russia e Cina. Brutta notizia per il Venezuela, destinato forse a sprofondare nella miseria più nera e persino nelle violenze, senza che nessuno da fuori muova un dito per paura di dare vita a un effetto domino destabilizzante per l’intera area. Che almeno il Vaticano riesca a portare consiglio!

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Argomenti: Altre economie, Crisi del Venezuela, economie emergenti