Venezuela, riserve di petrolio molto sovrastimate? Ecco i numeri

Riserve di petrolio in Venezuela di gran lunga inferiori ai dati ufficiali. Ciò emergerebbe dalla considerazione di un paio di dati.

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Riserve di petrolio in Venezuela di gran lunga inferiori ai dati ufficiali. Ciò emergerebbe dalla considerazione di un paio di dati.

Il Venezuela è oggi considerato il paese con le riserve di petrolio più elevate al mondo: 297 miliardi di barili, davanti ai 260 miliardi dell’Arabia Saudita. Nonostante questo, l’economia sudamericana è al collasso da tempo e cosa ancora più stupefacente, gli automobilisti venezuelani restano spesso a secco di carburante, mentre il tracollo delle quotazioni del greggio ha privato Caracas dei dollari sufficienti per importare dall’estero persino i beni primari, con il risultato che le famiglie debbano stare in fila anche otto ore davanti ai supermercati, al solo fine di entrarvi e trovare poca roba.

Unica vera consolazione, appunto, per quanto non si sia tradotta in un benessere concreto, è il primato delle riserve petrolifere. Eppure, i dati ufficiali potrebbero non corrispondere a verità. Per prima cosa, chiediamoci cosa significhi “riserve”. Si tratta della quantità di petrolio ancora non estratto, ricadente in un dato territorio (in questo caso, del Venezuela), che alle attuali conoscenze geologiche e scientifiche può essere estratta a costi convenienti.

Prezzo petrolio giù, cosa cambia per riserve

Dunque, sono due le condizioni essenziali perché una risorsa sia considerata riserva: che esistano tecnologie in grado di sfruttarla; che i costi giustifichino tale sfruttamento.

Ora, alla fine degli anni Novanta, prima che al potere arrivasse Hugo Chavez, le riserve di petrolio erano stimate in 60 miliardi di barili. E nel 2005, esse erano ancora di 80 miliardi, salvo più che triplicare in un decennio. Che cosa è successo? Sono stati scoperti per caso imponenti giacimenti di greggio? Niente affatto, semplicemente il boom delle quotazioni, che in 10 anni sono quadruplicate fino ai 115 dollari toccati nel giugno 2015 (nell’estate del 2008 avevano raggiunto il record di 146 dollari al barile), ha reso “conveniente” l’estrazione di petrolio, che prima non lo era ai prezzi passati.

 

 

 

Crisi Venezuela già profonda con primato “virtuale” su petrolio

Ma oggi, pur dopo il boom degli ultimi mesi, il greggio quota a nemmeno la metà dei prezzi di un paio di anni or sono, per cui è più che possibile che buona parte delle riserve dichiarate in crescita dal 2005 siano non più sfruttabili, ovvero che non debbano essere proprio considerate. Se così fosse, il pianeta potrebbe detenere oggi, alle condizioni attuali, molto meno petrolio di quello che si pensa. Si consideri che la crescita delle riserve del Venezuela dopo il 2005 ammontano ai due terzi dell’intero aumento delle riserve globali dell’ultimo decennio.

Quanto alla tecnologia, non è certo quella venezuelana a poter sfruttare tali riserve, se è vero che dieci anni fa il paese estraeva 3,4 milioni di barili al giorno, mentre oggi è sceso già a meno di 2,4 milioni: -30% in 10 anni. Si tenga anche conto, che il greggio venezuelano è molto pesante, per cui deve essere miscelato con quello leggero importato, prima di essere venduto, richiedendo anche maggiori costi di estrazione. Anche per questo, quota a sconto di 4-5 dollari al barile rispetto al Wti americano, mentre i costi di produzione sono alti, avendo il regime “chavista” triplicato dal 1999 ad oggi il numero dei dipendenti della compagnia statale PDVSA, pur producendo questa di meno.

Concludendo, il Venezuela potrebbe disporre di molto meno petrolio di quanto esso stesso pensi. Ma per un paese incapace di sfruttare la sua immensa ricchezza di materie prime, versando in una crisi apparentemente prodromica di una guerra civile, questa sarebbe l’ultima delle preoccupazioni per Caracas.

 

 

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