Venezuela, risalita del petrolio non aiuta: produzione in calo e vincolata ai debiti

Il petrolio sfonda i 70 dollari al barile, ma a Caracas non se ne accorgono. La crisi della compagnia statale si aggrava e lascia il Venezuela senza dollari sufficienti per sopravvivere.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il petrolio sfonda i 70 dollari al barile, ma a Caracas non se ne accorgono. La crisi della compagnia statale si aggrava e lascia il Venezuela senza dollari sufficienti per sopravvivere.

Le quotazioni del petrolio sono risalite ai massimi degli ultimi 3 anni, con il Brent ad avere toccato i 71 dollari al barile e il Wti americano oltre i 66 dollari. Notizie più che positive per le economie produttrici, specie per quelle eccessivamente dipendenti dalla materia prima. Una di queste è il Venezuela, che esporta per il 95% petrolio, praticamente unica risorsa per accedere alla valuta pesante, ovvero ai dollari. L’economia sudamericana è in piena tempesta finanziaria e al collasso economico. Detiene appena 9,4 miliardi di dollari in riserve valutarie, di cui appena un paio prontamente liquidi, il resto in oro. Caracas ha già debiti arretrati per 1,6 miliardi e altri 8 ne dovrà pagare di soli bond in scadenza quest’anno. Se ha già avviato una misteriosa trattativa con i creditori privati per la ristrutturazione di circa 64 miliardi di bond in loro possesso, lo spettro del default generalizzato appare molto credibile, nonostante i miglioramenti messi a segno dal greggio sui mercati internazionali. (Leggi anche: Venezuela: criptomoneta garantita dal petrolio)

La compagnia petrolifera statale PDVSA avrebbe estratto mediamente 1,62 milioni di barili al giorno a dicembre, secondo gli stessi dati presentati dal governo venezuelano all’OPEC, il cartello di cui fa parte. Su base annua, significano 649.000 barili al giorno in meno, un calo del 29%, tornando ai minimi dagli inizi degli anni Ottanta. Quando Hugo Chavez arrivò al potere nel 1999, la produzione nazionale era vicina ai 3 milioni di barili al giorni. Da lì, il collasso, pur a fronte di una triplicazione del personale dipendente, che oggi si aggira sulle 144.000 unità.

Il peggio potrebbe essere davanti, secondo alcune analisi. Citibank ritiene che quest’anno, la produzione di petrolio venezuelano potrebbe crollare a 1 milione di barili al giorno, visto che il tasso di declino naturale delle estrazioni dai pozzi attivi viaggia sul 25% all’anno e che di investimenti per ravvivarle non ve ne sono a sufficienza da decenni, né adesso sarebbero possibili, data la carenza di liquidità disponibile. Altre stime più prudenti parlano di un calo atteso del 15%, pari a 250.000 barili al giorno. In ogni caso, notizie negative, che sterilizzano l’aumento delle quotazioni.

Oltre metà del petrolio vincolato

Non è tutto. Gli 1,6 milioni di barili quotidianamente estratti non sono chiaramente tutti esportabili. Una parte, pari a 400.000, serve per soddisfare la domanda domestica. In realtà, si tratta di livelli molto bassi per i bisogni effettivi, sussidiati dal governo e, pertanto, fonte di enormi spese per i conti pubblici. Si consideri che ancora oggi, alle stazioni di servizio viene imposto un prezzo al litro di 1 centesimo di dollaro per il carburante, con il risultato che nessuno ritiene conveniente venderlo e lo smercia sul mercato nero, portandolo spesso nella vicina Colombia, dove verrà ceduto a oltre 1 dollaro al litro.

Altri 500.000 barili al giorno servono per ripagare i debiti a Cina e Russia. Nei confronti di Pechino, Caracas è esposta per 60 miliardi di dollari. Entrambi i creditori hanno concordato con il paese andino un piano per farsi rimborsare attraverso la consegna del greggio. Infine, altri 50.000 barili al giorno continuano ad essere esportati a forte sconto nei confronti di una dozzina di stati dell’America Latina, tra cui Cuba, appartenenti al programma Petrocaribe, nato nel 2005 per stringere un’alleanza “socialista” tra Caracas e altre economie di tendenze di sinistra. Considerando che almeno 100.000 barili al giorno di greggio leggero devono essere importati dal paese per rendere vendibile quello “pesante” prodotto in patria, sostanzialmente si hanno a disposizione appena 7-800.000 barili al giorno per cercare di trarre vantaggio dal rialzo delle quotazioni per rimpinguare le riserve valutarie. La produzione in calo neutralizza gli effetti positivi che altrimenti avrebbero sul cash flow le più alte quotazioni internazionali. (Leggi anche: Venezuela, petrolio gestito da un militare e default arma contro Trump)

Il petrolio venezuelano resta ancora a 60 dollari

E così, i creditori puntano sempre più concretamente a espropriare PDVSA dei suoi assets per essere ripagati. Parliamo, anzitutto, della raffineria nel Texas, Citgo, dalla quale passano ogni giorno 700.000 barili. In teoria, i russi potrebbero salire fino al 49% nel caso di inadempienza contrattuale da parte della compagnia. Si hanno notizie, poi, che diversi creditori abbiano cercato di sequestrare i carichi di greggio in transito nelle acque internazionali, ma trovandosi dinnanzi all’astuzia di Caracas, che per evitare simili eventi, adesso trasferisce la proprietà del greggio esportato a soggetti terzi, in modo che non siano esposti alle pretese di chi attende pagamenti, una volta che le navi cargo lasciano i porti.

Si consideri, infine, che il petrolio viene venduto a sconto dal Venezuela, sia per la minore qualità rispetto al Brent, sia anche per la necessità del paese di trovare sbocchi immediati, sostituendo progressivamente l’America con altri clienti stranieri. Ad esempio, al momento le esportazioni avvengono a circa 10 dollari in meno rispetto al Brent, attestandosi a poco sopra i 60 dollari. (Leggi anche: Petrolio, prezzi potrebbero esplodere con il collasso del Venezuela)

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Argomenti: Altre economie, Crisi del Venezuela, economie emergenti, Petrolio, quotazioni petrolio, valute emergenti