In Venezuela trionfa l’opposizione, ma far ripartire l’economia sarà difficile

La transizione a un'economia di mercato in Venezuela non sarà né facile, né scontata, dopo che le opposizioni hanno conquistato la maggioranza necessaria a riformare la Costituzione.

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La transizione a un'economia di mercato in Venezuela non sarà né facile, né scontata, dopo che le opposizioni hanno conquistato la maggioranza necessaria a riformare la Costituzione.

E’ ufficiale: l’opposizione ha conquistato più dei 2 terzi dei seggi all’Assemblea Nazionale in Venezuela. Per l’esattezza, 112 su 167 sono andati all’Unione Democratica, mentre al Partito Socialista e ai suoi alleati sono rimasti appena 55 seggi. I numeri della sconfitta per il governo “chavista” del presidente Nicolas Maduro sono a dir poco imbarazzanti, anche perché adesso le opposizioni hanno la possibilità di rimuovere i ministri dalle loro cariche e di riformare la Costituzione, magari limitando proprio il potere esecutivo, che negli ultimi anni ha monopolizzato la politica del paese sudamericano.

Il trionfo per il centro-destra è stato ben oltre le più rosee aspettative, ma adesso ci si chiede come la nuova maggioranza, che s’insedierà a gennaio, possa rispondere alla protesta popolare, esplosa con una bruciante sconfitta per i socialisti, puniti per l’incompetenza dimostrata nella gestione dell’economia in questi ultimi anni.

Inflazione Venezuela a 3 cifre

Il Venezuela è il paese con la più alta inflazione al mondo, stimata tra il 150% e il 180%, in assenza di dati ufficiali da un anno. Vanta anche il poco ambito primato per la peggiore economia del pianeta quest’anno, essendo in recessione presumibilmente del 10%, mentre il cambio collassa sul mercato nero, arrivato ormai a 909 bolivar contro un dollaro, quando il tasso ufficiale sarebbe 6,3. Ad avere determinato la fine del monopolio politico del “chavismo” è stata la rabbia di milioni di famiglie, costrette a lunghe file davanti ai negozi, specie attorno a Caracas, per fare la spesa, magari per ritrovarsi a non potere acquistare nemmeno lo stretto necessario, dati gli scaffali semi-vuoti.        

Riforme economiche non saranno facili

La carenza di beni è diffusa e altissima, forse intorno ai 2 terzi del totale, conseguenza di una politica dei prezzi amministrati, che Maduro ha confermato dopo l’esito elettorale, sostenendo che “la rivoluzione continua”. La carenza anche di dollari per le importazioni completa il quadro disastroso. Ma la nuova maggioranza dovrà mostrarsi capace di affrontare e risolvere i gravi problemi dell’economia, altrimenti l’effetto disillusione di materializzerà abbastanza presto e il centro-destra si presenterebbe con armi spuntate alle elezioni presidenziali del 2018, le uniche che potrebbero determinare realmente un cambio di passo.

Crisi petrolio sarà un limite alla ripresa

Non sarà facile attuare il cambiamento promesso. In primis, perché il potere esecutivo resta ancora nelle mani di Maduro, che al netto delle posizioni ideologiche, dimostra tutta la sua estraneità alla realtà e l’incapacità di capire i fatti e di guidare il corso degli eventi. Il governo potrà scatenare contro l’avversario il potere giudiziario, sotto il suo diretto controllo. Inoltre, le riforme dovrebbero essere attuate subito, ma sarebbero impopolari. Ogni anno, Caracas spende 20 miliardi di dollari per sussidiare la benzina più a buon mercato nel mondo, anche se il beneficio per gli automobilisti è basso o nullo, dato l’ingente contrabbando di greggio al confine con la Colombia, alimentato proprio tra la divergenza netta tra i prezzi di vendita imposti nel paese, rispetto a quelli 100 volte più alti nella vicina Colombia. Conseguenza: l’economia con le più alte riserve petrolifere del pianeta è costantemente a secco di carburante presso le stazioni di servizio, dove non si trova conveniente venderlo. Aldilà di tutto, per un paese le cui esportazioni dipendono per il 96% dalla vendita di petrolio non sarà certo possibile alcuna sostanziale ripresa, senza un recupero vigoroso delle quotazioni del petrolio, tranne che non si decisa nel frattempo di svalutare il bolivar e di abbassare la spesa pubblica per contenere l’enorme deficit.      

Crisi bolivar, svalutazione sarebbe del 99%

Tagliare i sussidi energetici non sarà una passeggiata, viste le già difficili condizioni di vita dei venezuelani. Un’altra misura necessaria come l’aria sarebbe l’abbandono del cambio fisso e la riunificazione dei vari tassi di cambio in uno solo. Ebbene, ciò equivarrebbe a svalutare il bolivar del 99% e per la fase di transizione si dovrebbe assistere a un’accelerazione della già elevatissima inflazione, colpendo così ancora di più i redditi delle famiglie, specie di quelle più povere. Vero è, però, che la formazione dei prezzi già da mesi sembra seguire le dinamiche del mercato nero, piuttosto che quelle del cambio ufficiale, per cui è probabile che l’impatto sarà meno duro del temuto. Ammesso che sia nelle condizioni di farlo, il nuovo Parlamento dovrebbe scontrarsi quotidianamente con il governo per imporre una transizione da un’economia di fatto socialista a una di libero mercato. Nulla lascia immaginare che Maduro e il suo partito accettino il passaggio, pur a seguito di una cocente sconfitta. Viceversa, l’esecutivo potrebbe mostrare i muscoli, stringendo sulle misure di controllo della produzione e dei prezzi, ovvero facendo l’esatto contrario di quanto servirebbe per dare sollievo all’economia. Nessun passo in avanti vi sarà, ha avvertito Maduro, nemmeno nei confronti dei prigionieri politici, che resteranno in carcere per “aver violato i diritti umani”, ha spiegato.

 

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