Venezuela prossimo al collasso finanziario con il petrolio a 30 dollari

Venezuela sempre più a rischio default, come dimostrano sia i rendimenti dei bond che dei cds. E il governo spera solo nel taglio concordato della produzione di petrolio.

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Venezuela sempre più a rischio default, come dimostrano sia i rendimenti dei bond che dei cds. E il governo spera solo nel taglio concordato della produzione di petrolio.

La situazione finanziaria in Venezuela è gravissima come mai. L’allarme è oramai generalizzato tra gli analisti e si riflette nei rendimenti dei “credit default swaps”, i titoli assicurativi contro il rischio crac relativo ai bond. Attualmente, i cds segnalano più del 20% di probabilità che Caracas non sia in grado da qui ad un anno ad onorare tutte le scadenze. I rendimenti di questi titoli sono superiori a 8.500 punti, quando quelli della martoriata Ucraina si attestano a meno di 1.900 punti. Per fare un confronto, i rendimenti dei cds tedeschi sono di appena 14 bp. E anche i rendimenti dei bond governativi venezuelani risultano esplosi in queste settimane e lungo l’intera curva delle scadenze: i titoli a 5 anni rendono oggi il 37% contro il 32,3% di un mese fa; quelli a 15 anni il 33,9% dal 27,6% e per i ventennali si ha un rialzo di 410 bp al 28,1%.

Inflazione Venezuela fuori controllo, economia in caduta libera

Naturale che sia così, tenendo conto che il Fondo Monetario Internazionale stimi un’inflazione al 720% per quest’anno e una caduta del pil del 6%, che si va a sommare al 10% dello scorso anno. L’economia venezuelana è in caduta libera, mentre i prezzi aumentano senza sosta. Alla base di questa crisi spaventosa c’è una cattiva gestione del paese, che sotto la presidenza di Nicolas Maduro ha toccato il punto più basso, così come un forte deterioramento dei conti pubblici, i quali prima ancora del crollo delle quotazioni del petrolio mostravano un disavanzo di quasi il 20% del pil. Il Venezuela dipende dalla vendita di greggio per il 96% delle sue esportazioni. Avrebbe bisogno di quotazioni non inferiori ai 120 dollari al barile per tenere i conti in ordine, mentre quelle attuali risultano inferiori a un quarto di tale soglia di “break-even”, considerando che ieri è arrivato a vendere il suo Brent a 26 dollari.

Il greggio venezuelano è di tipo pesante e, pertanto, prezza a sconto rispetto al benchmark sul mercato.        

Bolivar al collasso con crisi petrolio

A gennaio, Caracas ha estratto 2,5 milioni di barili al giorno. Si stima che quest’anno potrebbe doversi accontentare di entrate per appena 20 miliardi dalla vendita di greggio, di cui la metà è già vincolata al rimborso dei bond in scadenza. Restano 10 miliardi a disposizione dell’economia, troppo pochi per consentire al paese di importare beni e servizi a sufficienza. Tenuto conto del crollo della produzione interna, ciò significa che la già alta carenza di beni sugli scaffali dei negozi sarebbe solo destinata a crescere. Come se non bastasse, le inefficienze del sistema “chavista” riducono anche il potenziale produttivo per la compagnia petrolifera statale PDVSA, che dal 1999 al 2013 ha assistito a una triplicazione del numero degli addetti a 144 mila unità, mentre le estrazioni di greggio sono diminuite del 25%, aumentando il costo per ciascun barile estratto, riducendo i margini e le risorse necessarie per sostenere gli investimenti nel settore.

Default vicino?

Tornando alla crisi dell’economia, il mercato non crederebbe più alla capacità di Maduro di evitare il default, quando l’economia sta visibilmente collassando. Finora, il mercato del debito sovrano da 125 miliardi è stato rassicurato, attraverso la compressione delle importazioni, ma con il risultato di aggravare le condizioni di vita delle famiglie. Il bolivar sta avvicinandosi al cambio di 1.000 contro il dollaro sul mercato nero, contro un tasso ufficiale di 6,3. Al momento, viaggia intorno ai 984, toccando un nuovo record minimo, avendo perso circa il 93% in meno di 2 anni. La svalutazione appare adesso l’unica soluzione possibile per arginare il rischio di una catastrofe economica e finanziaria.        

Svalutazione bolivar ormai unica strada percorribile

Lasciando fluttuare il cambio liberamente sul mercato, le entrate in valuta locale derivanti dalla vendita di petrolio aumenterebbero, almeno parte dell’ingente deficit fiscale sarebbe coperto e le riserve valutarie tornerebbero a salire dagli appena 15,5 miliardi di dollari attuali, consentendo al contempo alle imprese locali di importare beni e servizi necessari alla produzione interna, abbassando il tasso di carenza dell’offerta.

Nonostante la soluzione sia fortemente osteggiata dal governo, è probabile che prima o poi dovrà alzare bandiera bianca. Prima, però, il ministro del Petrolio, Eulogio Del Pino, sta tentando la carta disperata di convincere l’Arabia Saudita a concordare con la Russia un taglio della produzione di greggio per consentire un rialzo delle quotazioni. Un evento, che Goldman Sachs definisce “altamente improbabile”, perché nessun grande produttore intende cedere per primo, finendo per beneficiare la produzione dei principali concorrenti. D’altronde, quella sul greggio è una partita a scacchi tra super-potenze, rispetto alla quale il Venezuela sembra totalmente inadeguato a influenzarne l’esito.

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