Venezuela, proclamato lo stato d’emergenza. Imprese minacciate, monta la paura

Stato d'emergenza proclamato nel Venezuela, dove le imprese sono minacciate di arresti e requisizioni. Il presidente Nicolas Maduro sfida le opposizioni e parla di complotto, ma l'economia collassa per mancanza di dollari.

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Stato d'emergenza proclamato nel Venezuela, dove le imprese sono minacciate di arresti e requisizioni. Il presidente Nicolas Maduro sfida le opposizioni e parla di complotto, ma l'economia collassa per mancanza di dollari.

Il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, ha proclamato sabato scorso lo stato d’emergenza per 60 giorni, che sospende in questo frangente i diritti costituzionali dei cittadini, anche se non dovrebbero essere toccati quelli umani. La misura straordinaria, ha spiegato il capo dello stato, si è resa necessaria a causa di non meglio precisati “complotti stranieri” per rovesciare le istituzioni di Caracas.

Il paese è stato investito negli ultimi giorni da numerose proteste di gruppi di cittadini, spazientiti per la carenza di tutti i beni e i servizi primari. Si stima che sugli scaffali dei supermercati manchino almeno due beni su tre, mentre l’infelice coincidenza con la siccità stanno rendendo necessari i distacchi programmati della luce in varie parti del paese.

Crisi Venezuela, Maduro a rischio “cacciata”

Lo stato d’emergenza punta, in verità, proprio ad impedire il dilagare delle proteste, ma anche che sia celebrato il referendum entro l’anno, con il quale le opposizioni chiederanno ai cittadini venezuelani la rimozione del presidente in carica, dopo avere raccolto 1,85 milioni di firme. Altre 4 milioni ne saranno necessarie per arrivare alla votazione. Le tensioni politico-istituzionali di questi mesi – il Parlamento è da dicembre nelle mani di una maggioranza di centro-destra anti-governativa – si stanno sommando alle difficoltà già estreme dell’economia, che sta collassando visibilmente per l’assenza di valuta straniera, la quale rende impossibili le importazioni di merci dall’estero, finendo per tradursi in una carenza di offerta.      

Vero cambiamento non in vista nemmeno con referendum

L’ultimo esempio in ordine di tempo è quello di Empresas Polar, distributore di cibo e bevande, che ha chiuso in questi giorni l’impianto per la birra, non avendo più liquidità sufficiente per l’acquisto dei fattori produttivi. Nella medesima condizione versano praticamente quasi tutte le imprese con sede nel Venezuela, siano esse nazionali o straniere. Ed è a loro che arriva la minaccia esplicita di Maduro, che ha annunciato una nuova ondata di arresti e di imprigionamenti per quanti si rendano responsabili di “sabotaggio” della produzione.

I loro stabilimenti, ha avvertito, saranno sottoposti a requisizione. Già alla fine del 2013 era accaduto che centinaia di imprenditori e di commercianti fossero arrestati con l’accusa di sabotaggio, trattandosi di imprese e negozi che avevano fermato rispettivamente la produzione e la vendita di beni, in quanto l’effetto combinato tra aumento stellare dei prezzi e imposizione per via amministrativa dei prezzi di vendita sui prodotti principali le aveva rese non più convenienti. E anche nel suo ultimo discorso del weekend, Maduro ha attribuito la colpa del collasso economico alla “borghesia”, più volte definita in questi anni “parassitaria”, che agirebbe in combutta con oscure forze internazionali (gli USA) per attentare al suo governo. La situazione si fa fin troppo grave, tanto che l’America ha acceso i fari su Caracas, temendo un’ondata di violenze. Il leader dell’opposizione, Henrique Capriles, ha ammesso che se il governo attenterà alla democrazia “non sappiamo cosa potrebbe accadere”. Il riferimento è al referendum, che dovrebbe tenersi entro l’anno e che con il 70% dei venezuelani contrari a Maduro porterebbe alla fine anticipata del suo mandato, che scade solo nel 2019. Eppure, anche nel caso esso fosse celebrato e le opposizioni vincessero, non vi sarebbe alcun reale cambiamento, dato che i poteri della presidenza sarebbero trasferiti al vice di Maduro, anch’egli un socialista del partito del fu Hugo Chavez.      

Rischio di una rivoluzione sanguinaria

Quanto all’economia, gli analisti sono preoccupati di un possibile tracollo finale dopo l’estate, quando a fronte dei pagamenti dei bond in scadenza, il Venezuela dovrebbe impiegare praticamente tutte le sue riserve disponibili, ma con il risultato di rendere del tutto impossibili le importazioni. Si consideri che il paese sudamericano importa i due terzi di quello che consuma e che esporta per il 95-96% solo petrolio, i cui prezzi sono crollati negli ultimi due anni, per quanto siano in forte ripresa negli ultimi tre mesi. La crisi politico-istituzionale ed economica del Venezuela ricorda molto da vicino quella certamente meno grave del Brasile, dove la presidente Dilma Rousseff è stata temporaneamente estromessa dalla carica fino a un massimo di sei mesi, in seguito all’apertura di una procedura di impeachment nei suoi confronti.

Considerando che nel dicembre scorso anche l’Argentina ha subito una svolta, la fine dell’era Kirchner e la vittoria del presidente conservatore Mauricio Macri, possiamo anche affermare che l’intera America Latina potrebbe essere riplasmata nei prossimi mesi dagli eventi in corso nel Brasile e nel Venezuela, anche se in quest’ultimo è altissimo il rischio di un cambiamento operato in un bagno di sangue.    

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