Venezuela, petrolio in calo del 20% quest’anno: economia rischia la carestia

Petrolio nel Venezuela in calo del 20% entro l'anno. La produzione starebbe crollando sugli scarsi investimenti. E la crisi è sempre più nera per l'economia.

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Petrolio nel Venezuela in calo del 20% entro l'anno. La produzione starebbe crollando sugli scarsi investimenti. E la crisi è sempre più nera per l'economia.

Le riserve di petrolio in Venezuela sono le più alte al mondo, ammontando a 300,9 miliardi di barili alla fine del 2015. La materia prima rappresenta il 95% delle esportazioni del paese, ma non per questo è sufficiente a garantirgli l’approvvigionamento della valuta pesante necessaria per effettuare le importazioni e per onorare il debito estero. Quest’ultimo è stato ad oggi ripagato solo con dolorosi tagli alle importazioni di beni dall’estero, creando una carenza di offerta, che ben presto potrebbero trasformarsi in una drammatica carestia senza precedenti per un’economia emergente.

La compagnia petrolifera statale PDVSA produce greggio al costo di 27,62 dollari al barile, il quarto più alto al mondo. In teoria, con quotazioni vicine ai 55 dollari sui mercati internazionali, il paese avrebbero un buon margine per finanziare la spesa pubblica, effettuare gli investimenti necessari a mantenere almeno costante la produzione e per importare beni dall’estero. Invece, nulla di tutto questo, perché il governo ha impostato una politica di bilancio, fondata su prezzi del petrolio a non meno di 100 dollari al barile. (Leggi anche: Crisi Venezuela, petrolio invenduto ed esportazioni in calo)

Attesa produzione di petrolio in calo

Il peggio per la già travolta economia venezuelana dovrebbe arrivare a breve, quindi, con il calo atteso della produzione di petrolio, che alcuni analisti, come James Williams di WTRG Economics, stimano del 20% rispetto ai livelli attuali entro quest’anno.

A gennaio, il Venezuela ha estratto la media di 2,25 milioni di barili al giorno, il 10% in meno su base annua. L’accordo OPEC, di cui il paese fa parte, prevede che debba tagliare l’offerta a 1,972 milioni di barili al giorno, ma a causa degli scarsi investimenti e della conseguente impossibilità di estrarre greggio da numerosi pozzi del paese, la produzione nazionale potrebbe scivolare tra 1,7-1,8 milioni di barili al giorno entro la fine dell’anno.

(Leggi anche: Petrolio, accordo OPEC: Venezuela ha bluffato)

Riserve valutarie quasi prosciugate

Senza una risalita delle quotazioni del Brent in prossimità dei 70 dollari, per Caracas significherebbe assistere a un deterioramento delle riserve valutarie, già scese ad appena 10,4 miliardi, quando entro la fine dell’anno dovranno essere pagati debiti in dollari per 7,2 miliardi. E i tre quarti delle riserve rimanenti sono costituiti di oro, ovvero non immediatamente disponibili all’occorrenza.

Secondo Fedecamaras, quest’anno il pil dovrebbe diminuire del 6% e l’inflazione attestarsi al 500%. Il dramma è che queste cifre sarebbero tra le più ottimistiche in vigore in questi mesi, tanto che il Fondo Monetario Internazionale stima un’inflazione al 1.600%. E si tenga presente che lo scorso anno, il pil è crollato del 18,6%, con il settore non petrolifero a segnare il -19,5%. I prezzi sono schizzati tra il 480% e il 720%, a seconda delle stime, mentre il salario minimo è stato aumentato complessivamente del 454%, ma valendo oggi appena 12,50 dollari al mese. (Leggi anche: Venezuela, riserve al limite e la fame mette tutti a dieta)

Intanto, un dollaro al mercato nero viene scambiato contro 4.440 bolivar, ai massimi di sempre, mentre al cambio semi-libero controllato dal governo si ha un rapporto di 1:700. Questione di tempo, prima che il governo sia costretto ad abbandonare l’assurdità del cambio fisso, altrimenti l’unica soluzione possibile sarebbe il default, cosa che Caracas sta cercando disperatamente di evitare. Nel frattempo, 30 milioni di venezuelani non sanno con cosa fare la spesa, essendo da mesi gli scaffali dei negozi praticamente vuoti.

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