Venezuela non accetta più dollari, countdown verso il buio totale

Il Venezuela compie un altro passo verso l'abisso: sospesi i pagamenti in dollari, accettato solo l'euro. Caracas tenta di sottrarsi così alle sanzioni USA, ma sembrano convulsioni di un'economia morente.

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Il Venezuela compie un altro passo verso l'abisso: sospesi i pagamenti in dollari, accettato solo l'euro. Caracas tenta di sottrarsi così alle sanzioni USA, ma sembrano convulsioni di un'economia morente.

Il Venezuela tenta un disperato sganciamento dal dollaro per sottrarsi alle sanzioni USA, decise dall’amministrazione Trump contro le ripetute violazioni dei diritti umani da parte del regime di Caracas. Il governo ha ordinato ai traders petroliferi che non potranno più accettare pagamenti in valuta americana per le esportazioni di greggio, né potranno utilizzarla per pagare le importazioni. La compagnia petrolifera statale PDVSA ha spiegato alle società partner private che dovranno convertire le fatture in euro.

A conferma che il presidente Nicolas Maduro voglia tradurre in fatti la promessa della settimana scorsa di uscire dal sistema finanziario internazionale gravitante attorno agli USA vi è anche la mancata asta Dicom di martedì, quella che in teoria avrebbe dovuto fornire dollari alle società importatrici a un tasso di cambio più realistico di quello fisso ufficiale. Ad agosto, un dollaro è stato scambiato contro 3.300 bolivares in queste aste, ma ad oggi risultano esserne stati distribuiti con questo meccanismo appena per $72 milioni, un importo irrilevante rispetto alla reale domanda di valuta straniera in Venezuela.

Dunque, Caracas è partita al contrattacco, puntando a sostituire, almeno temporaneamente, il dollaro con l’euro. La settimana scorsa, Maduro aveva rassicurato i venezuelani che avrebbe trovato alternative alla divisa americana, ricercandola nel rublo, nello yuan, nell’euro e in altre. Pura propaganda, perché gli risulterà davvero complicato sottrarsi alla finanza internazionale con semplici escamotages. (Leggi anche: Venezuela si sgancia dal dollaro: mano cinese dietro?)

Liberarsi del dollaro non sarà facile

Sul mercato nero, come monitorato da Dolartoday, un quotidiano online clandestino e anti-regime oscurato in Venezuela, un dollaro si scambia ormai contro 22.431 bolivares, implicando un tasso di cambio dell’85% più debole di quello applicato dal governo con le aste Dicom.

Sarà importante verificare gli effetti della sospensione dei pagamenti in dollari proprio sul mercato illegale, perché è probabile che il mancato ingresso di valuta americana ne faccia esplodere il cambio contro il bolivar, a meno che i venezuelani non inizino realmente ad accettare l’ipotesi di scambiare beni e servizi in cambio di euro, come alternativa ai pagamenti in valuta locale, resi impossibili dalla quotidiana perdita di acquisto.

Il 95% della valuta straniera in ingresso quotidianamente nel Venezuela è in dollari, provenendo dalla vendita di petrolio nel resto del mondo. Le riserve valutarie sono scese ad appena 9,87 miliardi di dollari, di cui appena un paio di miliardi prontamente liquide, il resto sarebbe in oro. Entro la fine dell’anno, Caracas dovrà pagare agli obbligazionisti qualcosa come 4 miliardi di dollari tra debito sovrano e bond PDVSA in scadenza. Che si tratti di una cifra insostenibile per l’economia andina lo segnala l’apertura di trattative in corso con i creditori stranieri da parte del regime, confermata dallo stesso Maduro il giovedì scorso. Il governo tenta la strada dell’allungamento delle scadenze per evitare di intaccare ancora di più le riserve, quando già le importazioni sono di gran lunga state compresse al di sotto del minimo sopportabile per i consumi nazionali. (Leggi anche: Rischio shock petrolifero, sanzioni USA contro Venezuela più vicine)

Poche opzioni per evitare il default

In teoria, il Venezuela potrebbe continuare a onorare il suo debito in vari modi: aumentando le esportazioni di petrolio per ravvivare l’ingresso di valuta straniera; ottenere nuovi prestiti dalla Cina, che già dal 2008 ha concesso a Caracas 60 miliardi di dollari; ristrutturare i titoli in scadenza; tagliare ulteriormente le importazioni.

Diciamo subito che la prima e la quarta opzione appaiono irrealistiche: aumentare da un giorno all’altro la produzione di petrolio da esportare sarebbe una strategia molto difficile da implementare per qualsiasi paese, specie per il Venezuela, dove l’output è in calo da anni, a causa dei bassi investimenti realizzati dalla PDVSA, la cui liquidità generata è stata utilizzata dal governo come bancomat per finanziare le sue politiche sociali altrimenti insostenibili.

Per di più, in questo contesto di basse quotazioni internazionali e di accordi OPEC per tagliare l’offerta, sarebbe anche solo impensabile. Nel 2005 era stato fissato dall’ex presidente Hugo Chavez l’obiettivo di potenziare la produzione a 6 milioni di barili al giorno, quando questa si è contratta, invece, sotto i 2 milioni di barili. Né risulterebbe più possibile tagliare ancora le importazioni, dato che la produzione interna praticamente è azzerata, tra politiche di controllo dei prezzi e di scarsa protezione dei diritti di proprietà, nonché per l’impossibilità già oggi di importare materie prime, semi-lavoratori e fattori produttivi dall’estero per carenza di valuta straniera.

In teoria, quindi, il debito venezuelano sarebbe rimborsabile tramite un accordo con i creditori per ristrutturare i bond ancor prima che scadano, ma senza fare scattare formalmente il default, seguendo la stessa strada percorsa dalla PDVSA nell’ottobre dello scorso anno. Infine, si potrebbe continuare a bussare alla porta di Pechino per incassare liquidità immediata. Si tratterebbe, però, di azioni di efficacia solo temporanea, perché sarebbe come rinviare di qualche mese l’appuntamento con la realtà. Il governo cinese, ad esempio, potrebbe continuare a concedere prestiti al partner sudamericano, ma in cambio di petrolio. Ciò significa che Caracas incasserebbe meno dollari (o euro) nei prossimi mesi e anni dalle esportazioni di greggio, essendo parte di esse destinate a ripagare i debiti contratti. Insomma, la fuga dalla realtà di Maduro starebbe finendo, anche se questo non significa che il paese sia effettivamente sull’orlo del default. La dedollarizzione avviata dal regime chavista sembra aprire l’ultimo capitolo di una storia di fallimenti e di patimenti per 30 milioni di venezuelani. (Leggi anche: Venezuela, ecco come in pochi si arricchiscono affamando gli altri)

 

 

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