Crisi umanitaria in Venezuela: niente farmaci e cibo, USA pensano a sanzioni

Crisi umanitaria in Venezuela, dove mancano cibo e farmaci. Gli USA ipotizzano nuove sanzioni, mentre a Caracas si pensa all'ennesimo marchingegno per evitare il default.

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Crisi umanitaria in Venezuela, dove mancano cibo e farmaci. Gli USA ipotizzano nuove sanzioni, mentre a Caracas si pensa all'ennesimo marchingegno per evitare il default.

E’ di una settantina di morti il bilancio di questi ultimi due mesi e mesi di scontri nelle piazze tra il regime di Nicolas Maduro e i suoi oppositori politici. Le proteste aggravano la già disperata condizione sanitaria nel Venezuela, dove sempre più pazienti entrano in ospedale per curarsi da una ferita (Caracas è la città con il più alto tasso di criminalità al mondo) o semplicemente per problemi di salute, ma non trova disponibilità di medicine. La Federazione Farmaceutica stima al 90% la carenza di farmaci nel paese, mentre da mesi la stampa americana parla di pazienti ai quali viene chiesto di provvedere autonomamente di comprare persino la garza per sottoporsi a un intervento, dato che gli ospedali ne sono privi. In farmacia, non si trova più nemmeno un’aspirina.

Il Venezuela è al collasso e la spaventosa crisi economica che lo sta colpendo ha ripercussioni sullo stato di salute di un numero crescente di persone. La Caritas ha stimato nell’11% la percentuale di bambini sotto i 5 anni di età fortemente denutriti in aprile, raccontando di numerosi scolari che entrerebbero a scuola la mattina a stomaco vuoto, non avendo potuto fare colazione e spesso nemmeno la cena, la sera prima.

L’allarme è alto, anche perché un fisico debole è più esposto alle malattie. In effetti, nel 2016 sono stati registrati oltre 240.000 casi di malaria, il 76% in più dell’anno precedente. L’impossibilità di curare adeguatamente i pazienti ha spinto ben 13.000 medici, un quinto del totale del paese, a fuggire all’estero negli ultimi 4 anni, cosa che la dice lunga in quale inferno stia precipitando il famoso “paradiso socialista” di chavista memoria. (Leggi anche: Medicine finite, ospedali al collasso: Venezuela chiede aiuto all’ONU)

Scontro con USA di Trump

Caracas si accinge a lasciare l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), dopo le crescenti critiche dentro al forum per la svolta sempre più dittatoriale del regime socialista di Maduro. Lo scontro con gli USA è altissimo, tanto che all’ultima riunione, il ministro degli Esteri venezuelano, Delcy Rodriguez, ha dichiarato che “gli USA e i loro alleati vogliono la guerra” e che “l’unico modo che hanno di imporre la loro volontà è di inviare i Marines”.

L’amministrazione Trump sta prendendo in considerazione l’ipotesi di nuove sanzioni, come riportano alti funzionari alle agenzie di stampa. Non si conoscono i dettagli su cosa abbia in mente la Casa Bianca, che negli ultimi mesi ha proceduto con sanzioni mirate, dirette a colpire specifici enti e persone accusate di essere responsabili della scia di sangue, della svolta autoritaria e della crisi umanitaria del paese, congelando i loro beni sul territorio americano e vietando agli americani di fare affari con loro.

L’ipotesi più drastica, che finora persino il duro Donald Trump avrebbe escluso per le gravissime conseguenze che avrebbe sulla condizione umanitaria del Venezuela, sarebbe un embargo sulle sue esportazioni di petrolio, che rappresentano il 95% del valore totale dei beni venduti all’estero dal paese andino. (Leggi anche: Embargo Venezuela, USA pensano a opzione nucleare contro il petrolio)

Ma il default non arriva mai

Caracas è a corto di dollari per le importazioni, così come per onorare le scadenze. Alcuni membri delle opposizioni sostengono che in questi giorni, il governatore della banca centrale, Ricardo Sanguino, starebbe concludendo un accordo con Nomura, consistente nell’emissione di bond con cedola fissa. Nonostante le smentite dell’istituto, la cui credibilità praticamente è inesistente (non pubblica i dati macro, se non raramente), l’operazione avrebbe un senso, ovvero di anticipare la scadenza di bond acquistati proprio dall’ente nel 2008 ed emessi da Nomura per 710 milioni di dollari, di cui 390 in scadenza a fine 2018 e 320 nel 2023.

La banca centrale venezuelana starebbe cercando di risolvere la possibile crisi di liquidità, che la investirebbe nei prossimi anni, vendendo a sconto alla banca nipponica le stesse obbligazioni che a sua volta questa le aveva venduto nel 2008. Marchingegni apparentemente grotteschi, ma che hanno sempre il fine di evitare che il Venezuela scivoli nel default. Perché per quanto socialista voglia essere il regime di Maduro, se c’è una cosa che ha segnalato di volere sopra ogni altra è di onorare le scadenze e non fare la fine dell’Argentina, che tagliata fuori dai mercati finanziari internazionali non ebbe modo per anni di rifinanziare il suo debito, se non con emissione di moneta. Cosa, va detto, che Caracas sta già facendo da anni con risultati mostruosamente disastrosi. Ma questa è solo una delle tante vicende sconclusionate di questo “paradiso socialista” con l’inflazione a 3 cifre, il pil in calo annuo a 2 cifre e con le famiglie impossibilitate a mettere insieme pranzo e cena si mostra terrorizzato solamente di essere considerato un cattivo pagatore. (Leggi anche: Bond Venezuela, Goldman Sachs sotto tiro per investimento non etico)

 

 

 

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