Venezuela, Maduro punta alla vittoria con 6 milioni di cesti alimentari al mese

La fame dilagante nel Venezuela rappresenta un asso nella manica per il presidente Nicolas Maduro, in cerca del suo secondo mandato, dopo avere dissestato l'economia in questi 5 anni.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La fame dilagante nel Venezuela rappresenta un asso nella manica per il presidente Nicolas Maduro, in cerca del suo secondo mandato, dopo avere dissestato l'economia in questi 5 anni.

Il Venezuela è un’economia letteralmente alla fame. La produzione alimentare nel paese è crollata del 56% in appena un decennio e tra l’inizio del 2016 e la fine del 2017, le importazioni di cibo dall’estero sono precipitate del 67%, a causa della penuria di dollari con cui fare acquisti. Di conseguenza, secondo uno studio universitario pubblicato a febbraio, i due terzi dei venezuelani avrebbero perso la media di 11 kg di peso nel 2017, dopo che già risultavano dimagriti di quasi 9 kg a testa l’anno prima. L’87% della popolazione vivrebbe in condizioni di povertà. Siamo dinnanzi a una carestia senza eguali nel mondo avanzato e persino in quello emergente. Il Venezuela di Nicolas Maduro risulterebbe dalle classifiche internazionali l’economia più disfunzionale del mondo, alle prese con un’inflazione esplosa attualmente al 4.000%, secondo le stime delle opposizioni, mentre per il Fondo Monetario Internazionale tenderebbe quest’anno al 13.000%. Tutto questo, mentre nel paese manca persino il denaro contante per fare acquisti e il bolivar ha perso quasi il 100% del suo valore negli ultimi 5 anni, scambiando a 216.733 contro il dollaro, quando fino a qualche mese fa il tasso di cambio ufficiale veniva mantenuto a 1:10.

Il 2 maggio prossimo si terranno le elezioni presidenziali e se fossero regolari, non vi sarebbe dubbio alcuno sulla sconfitta di Maduro, che corre per un secondo mandato, dopo avere devastato l’economia nel corso del primo. Tuttavia, le opposizioni stanno boicottando l’appuntamento, sostenendo che le elezioni saranno truccate e a sfidare il candidato “chavista” vi è solo Henri Falcon, ex alleato dei socialisti al governo, il quale punta a un esecutivo di unità nazionale con dentro tutti i partiti per gestire l’eventuale transizione. L’uomo spera di farcela davvero e cita un sondaggio, che lo darebbe in testa di 13 punti percentuali su Maduro.

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L’asso nella manica di Maduro: la povertà

Ma egli dovrà fare i conti con l’estrema povertà in cui è sprofondata la popolazione venezuelana, che se da un lato lo avvantaggerebbe, al netto del boicottaggio delle opposizioni, dall’altro rende milioni di cittadini dipendenti dall’assistenza del governo. Due anni fa, Maduro ha avviato un programma alimentare, con cui distribuisce 6 milioni di cesti ogni mese ad altrettante famiglie su un totale di 31,5 milioni di venezuelani. Il cesto costa ai beneficiari appena 26.000 bolivar, che al cambio illegale farebbero sugli 0,12 dollari. Esso contiene riso, latte, olio, pasta, farina, insomma lo stretto necessario per mangiare. Non che ci si passi un mese, anzi si tratta di una miserrima prebenda, ma in un paese affamato, quanto meno consente a milioni di persone di non cercare cibo per qualche giorno.

L’intento del programma assistenziale, denominato CLAP (Comité Local de Abastecimiento y Produccion), è politico: spingere i cittadini a restare alle dipendenze dello stato anche solo per sfamarsi e, pertanto, a confermare la loro fiducia al governo “chavista”, nonostante sia stato proprio esso ad averli mandati in rovina. Tutti lo sanno, ma in emergenza non c’è grosso spazio per ragionare. L’alternativa per molti sarebbe avere a tavola ancora meno cibo per sé e la propria famiglia. E con i prezzi che tendono a crescere di giorno in giorno, anzi di ora in ora, non ci si può permettere di andare troppo per il sottile sul piano dei ragionamenti politici.

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L’ipotesi di dollarizzare l’economia venezuelana

Falcon, che si avvale della figura di Francisco Rodriguez, ex economista di Wall Street, come consigliere economico, nel caso di vittoria non escluderebbe di sostituire il bolivar con il dollaro, ovvero di dollarizzare l’economia venezuelana, una misura estrema e alla lunga considerata nociva per chi la adotta, ma che avrebbe ormai poche alternative in un paese collassato economicamente e che negli ultimi 4 anni ha visto il pil crollare del 40%. Preoccupante, infatti, che l’unico bene esportato, il petrolio, venga estratto in quantità sempre minori, a causa dei bassi investimenti dell’ultimo quindicennio e della insufficiente liquidità con cui finanziarli oggi. La produzione giornaliera risulta scesa a 1,77 milioni di barili a gennaio, pur in aumento dagli 1,621 di dicembre, che era stato il dato più basso degli ultimi 30 anni, fatta eccezione per il 2003, anno di scioperi generali e di quasi azzeramento delle estrazioni.

Per dollarizzare l’economia, sempre che Falcon riesca a vincere, bisognerebbe individuare un tasso di cambio al quale scambiare tutti i bolivar in valuta americana. Esso sarebbe verosimilmente molto penalizzante per Caracas, che dovrebbe anche sperare di attirare capitali esteri con l’avvio di un nuovo corso. Alternativa possibile: se si privatizzasse, almeno parzialmente, la compagnia petrolifera statale PDVSA e si assegnasse a ogni cittadino un’azione sulla base delle banconote in bolivar detenute? Ad esempio, lo stato potrebbe quotare in borsa la compagnia, poniamo a 1 dollaro per azione, al contempo stabilendo che ciascuna azione potrà essere acquistata con una banconota da 1.000 bolivares (o anche un altro taglio). In questo modo, gli investitori esteri avrebbero tutta la convenienza ad acquistare bolivares in mano ai venezuelani, magari a sconto rispetto al loro valore di cambio in azioni. Ciò farebbe affluire nel Venezuela valuta straniera immediatamente e direttamente nelle mani dei consumatori, con istantaneo sollievo per la carenza di beni, il cambio di mercato del bolivar si rafforzerebbe, il potere di acquisto delle famiglie s’impennerebbe e l’iperinflazione scomparirebbe in men che non si dica, lasciando forse spazio persino a una contrazione temporanea dei prezzi. Le soluzioni alla croce del Venezuela esisterebbero, a patto che i “chavisti” andassero via dal governo, cosa ad oggi improbabile, almeno non pacificamente.

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Argomenti: Altre economie, Crisi del Venezuela, economie emergenti, valute emergenti

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