Venezuela incassa $735 milioni con Petro, vediamo come funziona la moneta digitale

Il Venezuela ha incassato 735 milioni di dollari dalla vendita delle prime criptomonete emesse per cercare di sostenere l'economia nazionale con l'ingresso di valuta pesante. La vendita si fonda su un meccanismo di sconto decrescente.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il Venezuela ha incassato 735 milioni di dollari dalla vendita delle prime criptomonete emesse per cercare di sostenere l'economia nazionale con l'ingresso di valuta pesante. La vendita si fonda su un meccanismo di sconto decrescente.

Il Venezuela ha incassato 735 milioni di dollari alla prima giornata di pre-vendita di 38,4 milioni di unità di Petro, la “criptomoneta” lanciata dal governo per cercare di risollevare le sorti piuttosto tragiche dell’economia nazionale. A conti fatti, ognuno dei Petro è stato collocato sul mercato a poco più di 19 dollari, meno di un terzo del valore di un barile di petrolio, utilizzato da Caracas come garanzia per sostenere le quotazioni della moneta virtuale, attirando la domanda. Denaro prezioso, che servirà al paese per rimpinguare le riserve valutarie e aumentare così le importazioni, tamponando la carenza di beni largamente diffusa e che sta provocando una vera carestia alimentare con decine di migliaia di venezuelani in fuga ogni giorno verso la Colombia in cerca anche solo di cibo.

In fase di pre-vendita e fino al 19 marzo prossimo, saranno cedute 83,4 milioni di unità di Petro sulle 100 milioni totalmente annunciate, tramite un meccanismo di sconto decrescente, in modo da premiare i primi acquirenti. Quelli di ieri, ad esempio, sarebbero teoricamente i più avvantaggiati dall’acquisto, in quanto potranno rivendere i Petro a un prezzo tendenzialmente superiore e che dovrebbe portarsi gradualmente in area 60 dollari, in linea con le quotazioni petrolifere. Solo 24 milioni di unità saranno vendute a prezzo pieno, mentre lo sconto scenderà al 10%, una volta che sul mercato risulteranno essere state collocate 48 milioni di unità. Dal 20 marzo prossimo, i Petro non ancora emessi saranno collocati sul mercato con apposita asta.

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Dunque, prima compri e meno paghi. Un modo per incentivare gli investitori stranieri – si parla di un possibile interessamento di Goldman Sachs, tra gli altri – a dirottare i loro capitali su Caracas. Difficile, infatti, che in fase di pre-vendita possano acquistare i cittadini venezuelani, dato che il collocamento avverrà dietro pagamento in dollari e altre valute pesanti, di fatto indisponibili nel paese. Poiché un barile garantirebbe un’unità di Petro, il valore totale delle emissioni arriverebbe ad oggi sopra 6 miliardi di dollari, anche se lo stato ne incasserà una parte soltanto, avendo la necessità di vendere a sconto, secondo quanto sopra spiegato.

In ogni caso, la liquidità incamerata prima delle elezioni potrebbe risultare decisiva per “comprare” il consenso tra gli elettori a poche settimane dalle elezioni presidenziali, alle quali già le opposizioni non potranno partecipare e a cui l’uscente Nicolas Maduro partecipa praticamente da certo vincitore. Tuttavia, se frustrati da un esito scontato si recassero in pochi ai seggi, per il regime “chavista” sarebbe uno smacco difficile da nascondere sul piano delle relazioni internazionali già tesissime. Se, invece, proprio grazie alle elargizioni rese possibili con il ricavato della vendita di Petro, l’affluenza alle urne fosse almeno discreta, il governo avrà riportato un successo d’immagine da fare valere con i partners stranieri, specie dell’America Latina, in cui si ritrova quasi del tutto isolato.

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Argomenti: Altre economie, Crisi del Venezuela, economie emergenti, valute emergenti