Venezuela incassa $5 miliardi con criptomoneta Petro, ma cifre di Maduro dubbie

Il Venezuela di Nicolas Maduro avrebbe raccolto 5 miliardi dalle emissioni di Petro in fase di pre-vendita, ma le cifre non appaiono realistiche. C'è disperazione nel paese per la carenza persino di moneta contante con cui pagare.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il Venezuela di Nicolas Maduro avrebbe raccolto 5 miliardi dalle emissioni di Petro in fase di pre-vendita, ma le cifre non appaiono realistiche. C'è disperazione nel paese per la carenza persino di moneta contante con cui pagare.

Sarebbero stati 83.000 investitori stranieri da 127 stati, di cui 3.523 imprese, ad avere acquistato Petro, la “criptomoneta” emessa dal Venezuela in fase di pre-vendita dal 20 febbraio scorso. Più di 186.000 i contratti stipulati per un incasso complessivo di 5 miliardi di dollari. Sono i dati emersi dalle dichiarazioni sia del presidente Nicolas Maduro a una riunione della settimana scorsa con i dirigenti del suo partito “chavista”, sia di Carlos Vargas, il sovrintendente alle emissioni. Dal 21 marzo, le 100 milioni di monete digitali verranno cedute dal governo all’asta e lì Petro dovrebbe prendere formalmente vita, scambiata sul Dicom, la piattaforma già oggi utilizzata per gli scambi valutari ufficiali.

Maduro ha dichiarato che gli incassi verranno utilizzati “per ogni necessità” del popolo venezuelano, ma l’Assemblea Nazionale ha votato a maggioranza per definire “illegale” la criptomoneta, in quanto contravverrebbe alle normative sugli idrocarburi, che vietano di impegnare il petrolio ancora sul sottosuolo. E, in effetti, ogni unità di Petro sarebbe garantita da un barile di greggio, così come anche “da ogni altra materia prima” che il governo decidesse di utilizzare in tal senso.

Quanto alle cifre in esame, paiono davvero difficili da credere. Se il 20 febbraio, primo giorno di disponibilità delle monete digitali in fase di pre-vendita, furono raccolti 735 milioni di dollari, almeno stando alle dichiarazioni ufficiali, che Caracas sia stata in grado di attirare capitali per 5 miliardi sembra alquanto improbabile, implicando una valutazione media di 50 dollari per unità di moneta emessa, circa l’80% delle quotazioni attuali del Brent, il prezzo a cui Petro farebbe riferimento, data la garanzia sottostante.

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I dubbi sulle cifre ufficiali

E considerando che le monete risultano essere state emesse a sconto decrescente, sarebbe come affermare che le ultime abbiano raccolto un importo corrispondente al prezzo pieno di un barile di Brent, ipotesi più che dubbia, se si considera che le opposizioni hanno appena confermato l’assenza di valore legale della moneta elettronica, lasciando immaginare al mercato quanto rischioso sarebbe oggi investire in un asset, che nei fatti verrebbe dichiarato illegale nel caso di cambio di regime e che non troverebbe sostegno nemmeno al di fuori del Venezuela, visti i dubbi espressi da Washington, dove Petro viene percepito come un tentativo di aggirare le sanzioni finanziarie imposte dal governo USA e che impediscono a banche, società e individui americani di fornire dollari a controparti venezuelane.

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C’è di certo che una qualche somma sarà stata raccolta da Caracas, anche se per il momento non possono investire in Petro gli stessi venezuelani, che vi potranno accedere tra pochi giorni con l’asta governativa. Il cambio tra bolivar e dollaro a quasi 216.000 sta lì a dimostrare che la fame di valuta pesante non si sta affatto placando in un’economia, che nel 2018 dovrebbe vivere il quinto anno di recessione consecutiva e che dall’inizio del 2014 ad oggi risulta essersi contratta di quasi il 40%, mentre l’inflazione ha chiuso il 2017 al 2.616%, attesa ancora in accelerazione in questi mesi, puntando al 13.000% per il Fondo Monetario Internazionale.

Il Venezuela è rimasto senza denaro contante

E paradossale che possa sembrare in un paese dove la banca centrale non ha fatto che stampare moneta negli ultimi anni, il cash manca. Le banche stanno limitando i prelievi con il bancomat a 10.000 bolivares al giorno, corrispondenti a 4-5 centesimi di dollaro, capaci di comprare qualche caramella. Salari e pensioni non stanno reggendo il ritmo con i prezzi e ormai valgono pochi dollari al mese, tenuto conto del cambio vigente sul mercato nero. Stanno esplodendo i pagamenti tramite app per cercare di porre rimedio all’assenza di contante, visto che lo stato è talmente in bancarotta, che non riesce più da tempo a stampare banconote da grosso taglio.

Nei mesi scorsi, Caracas ha appaltato la loro stampa a società straniere, che non essendo state pagate, non hanno consegnato il cash, finendo per renderlo un bene prezioso in un’economia in preda all’iperinflazione e dove le banconote da piccolo taglio (10, 100 bolivares) praticamente non hanno senso e vengono utilizzate meglio per farci una palla con cui giocare. E così, il paese andino si avvia a diventare la prima economia senza cash al mondo, anticipando persino la Scandinavia. Ma le ragioni di questo trend sono completamente diverse. C’è ben poco da essere contenti dell’impossibilità di bere anche solo un caffè al bar per assenza di contante sufficiente a pagarlo. Petro è l’espediente escogitato dal governo per disperazione, nel tentativo di fare affluire preziosi dollari con cui consentire almeno gli scambi interni, oltre che qualche importazione dall’estero. Purtroppo per i venezuelani, non funzionerà.

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Argomenti: Altre economie, Crisi del Venezuela, economie emergenti, valute emergenti