Venezuela elimina il cambio fisso, buona notizia quanto ormai inutile

Addio al cambio fisso in Venezuela, anche se l'azione positiva arriva in gran ritardo e l'economia è già sprofondata nell'iperinflazione. Adesso, Caracas confida in Petro, la moneta digitale "truffa" di stato.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Addio al cambio fisso in Venezuela, anche se l'azione positiva arriva in gran ritardo e l'economia è già sprofondata nell'iperinflazione. Adesso, Caracas confida in Petro, la moneta digitale

Il Venezuela ha eliminato il suo tasso di cambio fisso di 1:10 contro il dollaro, ponendo fine a un sistema valutario altamente sussidiato dallo stato e che andava avanti da oltre un quindicennio, fondato sulla politica del “bolivar fuerte”, causa principale dell’abisso in cui l’economia nazionale è precipitata sotto il presidente Nicolas Maduro. Il governo ha fatto sapere che per tutte le importazioni del settore pubblico e di quello privato, l’unico tasso a cui si farà riferimento è il Dicom, un sistema di aste con il quale i dollari vengono assegnati alle imprese richiedenti sulla base di un cambio deciso dal governo e che giovedì scorso si è attestato a 3.345. (Leggi anche: Venezuela svaluta bolivar del 65%, cambio resta troppo forte)

Per quanto il nuovo sistema sia più razionale di quello vigente fino a qualche ora fa, le novità rischiano di essere ormai insignificanti e per almeno un paio di ragioni. In primis, perché persino il tasso Dicom è troppo forte, se si considera che sul mercato nero si scambia un dollaro contro circa 256.000 bolivares, ovvero a un rapporto di 76,5 volte più debole. Secondariamente, nessuno si accorgerà nel concreto dell’abbandono del tasso di cambio fisso, perché esso si era ridotto ad essere utilizzato per le sole importazioni di cibo e medicine da parte dello stato e, in ogni caso, era caduto quasi in disuso, essendo gli acquisti di dollari sul mercato ufficiale più onerosi di circa il 100% rispetto al cambio illegale.

Altra cosa sarebbe se Caracas consentisse finalmente alle imprese e ai suoi cittadini di importare beni secondo il tasso di cambio che si formerebbe sul libero mercato. Solo in questo modo, infatti, tornerebbero ad affluire dollari nel paese andino e si allevierebbe l’estrema carenza di beni, che alimenta l’iperinflazione. I prezzi a dicembre risulterebbero essere cresciuti su base annua del 2.616% e per quest’anno si prevede un’ulteriore accelerazione. Nei fatti, il salario minimo fissato dal governo vale solo pochi dollari al mese e per acquistare anche solo un paniere di beni strettamente necessari, una famiglia dovrebbe percepirne diverse decine.

E sta arrivando Petro

Per un cambio che va, un altro ne arriva. Maduro ha annunciato che “Petro” sarà collocato sul mercato per una “pre-vendita” il prossimo 20 febbraio. Il presidente ha da settimane comunicato l’emissione di una “criptomoneta”, che dovrebbe aggirare le sanzioni finanziarie USA, facendo affluire nel paese dollari. Verranno emessi 100 milioni di Petros, ciascuno corrispondente a un barile di petrolio. Considerando che Caracas vende attualmente il suo greggio sui 60 dollari al barile, l’insieme delle emissione varrebbe qualcosa come 6 miliardi di dollari, non male per un’economia che dispone ormai meno di 9,5 miliardi tra le sue riserve valutarie, di cui appena un paio liquide.

Tuttavia, Petro potrebbe essere un flop e, anzi, rischia di essere una truffa legalizzata. In teoria, la moneta digitale sarebbe garantita dal petrolio, ma le opposizioni avvertono che la legge nazionale sugli idrocarburi impedisce che la materia prima ancora nel sottosuolo possa essere utilizzata per prestare garanzie. Non solo, perché il decreto con cui  è stato autorizzato il lancio di Petro attesta sì che “ogni gettone è garantito da un barile di petrolio”, ma al testo è stato aggiunto “o ogni altra materia prima decisa dalla nazione”. Dunque, non si ha realmente la certezza che un Petro sia garantito da un barile. Semmai, è il governo che punta a legare le quotazioni tra i due assets. Per attirare investitori, la moneta digitale, su suggerimento degli esperti che seguono il dossier, verrebbe lanciata a sconto del 60%. In sostanza, un Petro potrebbe essere venduto inizialmente a circa 25 dollari. Se davvero si crede che valga un barile di petrolio, la domanda dovrebbe essere subito elevata e spingere i prezzi proprio a ridosso dei 60 dollari.

Ma cosa accadrà all’ultimo rimasto con il cerino in mano? Davvero chi avrà acquistato Petro a prezzi alti potrebbe scambiare il gettone con un barile? Se sì, come? Difficile pensare di farlo fisicamente. In teoria, si potrebbe cedere la moneta digitale a terzi interessati davvero a comprare greggio sul mercato dei futures, ma qui interverrebbero le sanzioni americane, che nei fatti non consentono a banche, società e cittadini USA di fornire dollari a Caracas, anche se il divieto per ora riguarda il mercato dei debiti e non propriamente le importazioni petrolifere. Resta il fatto che Petro, essendo evidentemente slegato dal petrolio e ogni altra materia prima, dovrà circolare essenzialmente sulla fiducia riposta nel governo “chavista”, lo stesso che ha mandato il paese in default e che da anni non consente alle società straniere di tramutare in valuta estera i ricavi realizzati sul mercato domestico. Petro sarà una moneta “fake”, lanciata per sostituire il defunto bolivar. Avrà successo all’inizio, ma solo per la fame di potere di acquisto che i venezuelani hanno e che sperano di attutire ricorrendo a un asset innovativo e stravagante e pur sempre migliore della carta straccia nemmeno più stampata dalla banca centrale. (Leggi anche: La criptomoneta del Venezuela non sarà un affare, ecco perché Petro è rischiosa)

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Argomenti: Altre economie, Crisi del Venezuela, economie emergenti, valute emergenti